UMANESIMO DELL’INCARNAZIONE

Gli incontri, che alla parrocchia dei Santi Cosma e Damiano don Luca Bottegoni promuove con un attivo gruppo di studenti universitari, prevedono periodicamente un momento di riflessione su alcuni temi di attualità; tra i relatori invitati per queste occasioni c’è il prof. Giancarlo Galeazzi, direttore dell’Ufficio diocesano per la cultura, oltre che docente emerito di filosofia all’Istituto teologico marchigiano e presidente onorario della Società filosofica italiana di Ancona. Dopo aver parlato negli anni precedenti de “l’attualità che ci provoca”, di “generazioni a confronto” e del “dono di sé”, recentemente Galeazzi ha riflettuto sul tema “natività come donatività”. Riportiamo alcuni passi della sua relazione.
Tradizionalmente se si doveva pensare ad una festività in cui tutti in Italia potevano riconoscersi, dato l’invito alla bontà che la caratterizza, veniva spontaneo fare riferimento al Natale. Questa unanimità di valutazione positiva è stata nel tempo erosa, in particolare due fenomeni sono da chiamare in causa. In primo luogo, il consumismo ha fatto del Natale un business caratterizzato da bulimia di regali (si regalano tante cose) e da anoressia di doni (non si dona se stessi). In secondo luogo, la multiculturalità, con la compresenza di etnie diverse nella stessa società, ha posto un problema inedito, quello di come conciliare una tradizione identitaria con le altre, più precisamente come la tradizione che ospita altre culture possa rimanere se stessa e, insieme, rispettare le altre. Per tutto questo, il Natale da segno condiviso finisce oggi per essere spesso evento divisivo, nel senso che la sua simbolica originaria è contrastata da nuovi simboli (magari commerciali), è estranea ad altre tradizioni (cultuali e culturali), è incompatibile con la frenesia (degli acquisti e dei regali, diventati piaceri forzati). Ecco, la contraddizione che attanaglia oggi la celebrazione del Natale, e che trova espressione eclatante nel paradosso secondo cui la festa, simbolo per antonomasia di condivisione, oggi tende a essere considerata motivo di divisione in presenza delle simultanee differenze economiche e assiologiche, etniche ed etiche. Di fronte a una tale situazione s’impone l’esigenza di evitare di cadere e scadere in una liturgia natalizia che, del Natale, ha solo l’apparenza esteriore. Occorre dunque riflettere, per restituire al Natale il suo senso più vero, in modo che la società sia non decorativamente natalizia, ma vitalmente natalizia, cioè evangelica, espressione (per dirla con Jacques Maritain) di un umanesimo dell’Incarnazione”
Ebbene, la cosiddetta “rivoluzione della tenerezza” -su cui insiste papa Francesco- potrebbe essere un modo efficace per rinnovare l’approccio al Natale cristiano: si tratta di una lettura che, in quanto insiste sulla solidarietà e la generosità in particolare per chi è in difficoltà, è nello stesso tempo religiosa e laica, senza che tra i due termini ci sia alcun contrasto. Ciò comporta un ridimensionamento del modo di vivere attuale, in modo tale da ripensare il senso genuino della vita; quella Natività si configura allora come il fondamento e il coronamento di una convivenza, in quanto ricorda a tutti che fratelli non semplicemente si nasce in quanto uomini, ma propriamente si diventa in quanto umani. Ebbene, può aiutare a andare in questa direzione incontrarsi con il Natale di Gesù, perché la sua “natività” è espressione paradigmatica della “donatività”. In tale ottica il Natale si configura come una feconda provocazione: interpella tutti gli uomini, al di là della loro diversa appartenenza religiosa e sociale: il “proprium” della festività cristiana non ha un carattere escludente, ma specificativo aperto all’universalità. Infatti, si configura come messaggio rivolto a tutti: agli “uomini che Dio ama” e agli “uomini di buona volontà”.
E’ proprio con il richiamo alla universalità del messaggio natalizio che occorre celebrare la festività del Natale e incarnarlo nella quotidianità: Natale è tutti i giorni o non è. Allora, invece che contestare il Natale e i suoi simboli, occorre denunciare l’Anti-Natale consumistico ed esteriore, anonimo e banale: questo, sì, rischia di inquinare la persona non meno che la società. Il Natale, quello vero, ci rende sicuramente migliori. Se non è tradito, il Natale disinquina questa società malata di egoismo e affetta da cinismo. Soprattutto i ragazzi e i giovani devono avvicinarsi al Natale come l’evento che, per antonomasia, chiede che si operi per un mondo migliore. Da qui il rispetto che tale messaggio merita, anche nella traduzione che ha avuto in una specifica cultura come quella italiana, la quale non può rinunciare a condividerlo apertamente e a manifestarlo pubblicamente, giacché esso fa parte integrale della sua storia. In questo senso, anche la traduzione e tradizione del presepio, inaugurata da san Francesco, è un modo per ricordare che cosa si festeggia a Natale. Ed è bene ricordarlo: non per imporre ma per proporre un messaggio spirituale universale, tradotto in una identità storica particolare, e soprattutto in un vivere quotidiano caratterizzato da un crescendo relazionale che va dalla capacità di essere “accanto” agli altri, alla capacità di essere “insieme” con gli altri, alla capacità di essere “a favore” degli altri.