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Cattedrale di San Ciriaco (Ancona)

La cristianizzazione di Ancona

L'evangelizzazione di Ancona, città aperta per il suo scalo marittimo a contatti costanti con l'Oriente, si fa risalire ai tempi della predicazione apostolica.

Viene citata l'autorevole testimonianza di Sant'Agostino (nell'omelia per la Pasqua del 425), che parla di una "memoria" (Oratorio) di Santo Stefano, definita antiqua. La frequenza del nome del protomartire ricorre anche nelle lapidi funerarie fin dai primi secoli dell'era volgare.

La "memoria" viene collegata da Sant'Agostino ad un racconto edificante: un marinaio, assistendo alla lapidazione del diacono Stefano, il primo martire della nuova religione (31/34 d.C.?), raccolse un sasso che aveva colpito il gomito del condannato. Lo custodì religiosamente portandolo con sé durante i viaggi in mare. Approdato ad Ancona, consegnò la preziosa reliquia (tuttora custodita in un prezioso reliquiario conservato nel museo diocesano) ad un gruppo di seguaci di Cristo, che la bufera della persecuzione palestinese aveva spinto lontano da Gerusalemme.

Da questo primo nucleo di cristiani si costituì nel volgere di pochi anni la prima comunità gerarchicamente organizzata, a cui è legato anche il nome del primo vescovo, San Primiano, vittima della persecuzione di Diocleziano e Massimiano nel 303. Si ha memoria anche di altri martiri anteriori.

La prima cattedrale: la Basilica di Santo Stefano

La libertà di culto concessa da Costantino il Grande (311-337) e il riconoscimento ufficiale con Graziano (375-383) e Teodosio il Grande (379-394), permisero ai cristiani di edificare le loro basiliche senza più correre il rischio di vederle abbattute o confiscate da eventuali interventi persecutori.

La prima cattedrale, secondo autorevoli scrittori locali, fu la basilica di Santo Stefano, fuori le mura cittadine.

Per devozione e, soprattutto, per opportunità politica, Galla Placidia fece erigere sulla "memoria" di Santo Stefano una sontuosa basilica per accogliervi il corpo di San Ciriaco, martire e, secondo la tradizione, vescovo di Ancona. Situata fuori le mura, essa fu saccheggiata dai goti Vitige (538) e Totila (552) nella furia devastatrice e predatoria che si abbatté su tutti gli edifici.

Forse riparata con il concorso popolare, nuove rovine si abbatterono su Ancona nelle incursioni saracene degli anni 839-845, che si accanirono anche sugli edifici sacri, compresa la basilica di Santo Stefano. Si decise allora di trasferire la "cattedrale" con i corpi dei santi protettori all'interno delle mura cittadine, meglio protette. E la chiesa di Santo Stefano nel secolo XI venne abbandonata a se stessa.

La basilica di San Lorenzo

Le cure degli anconetani si rivolsero allora alla basilica di San Lorenzo sul colle Cimerio, l'attuale colle Guasco, ben protetto dalle mura cittadine e dalla sua posizione, edificata sulle rovine del tempio pagano di Venere Eupìea nella seconda metà del VI secolo in onore del martire romano, venerato quanto il protomartire Stefano.

Alcuni scavi compiuti dall'architetto Giuseppe Sacconi e soprattutto quelli compiuti durante il restauro del 1945-51 (per riparare i gravi danni provocati dalla Seconda guerra mondiale) hanno confermato quanto alcuni studiosi precedenti avevano ipotizzato: l'esistenza di una basilica paleocristiana al di sotto del braccio trasversale del duomo di San Ciriaco.

La nuova cattedrale

Sul finire del Novecento (Cesare Posti, minuzioso raccoglitore di memorie sulla cattedrale non sempre sottoposte a vaglio critico, delimita il tempo tra il 996 e il 1017) si mise mano alla ristrutturazione (o ricostruzione?) della basilica di San Lorenzo, con alcune modifiche stilistiche.

Avvalendosi della pietra del Conero e di residui ancora utilizzabili del vecchio edificio sacro e forse anche di altri di uso civile gravemente danneggiati, l'intero corpo di fabbrica fu allungato oltre l'area del tempio pagano, mantenendo l'impianto a tre navate.

Dieci colonne a capitelli corinzi dividevano la navata centrale da quelle laterali. Il presbiterio venne sopraelevato con seggio episcopale (cathedra) e sedili (subsedilia) per i presbiteri; sull'abside venne eretto un piccolo altare poggiante sopra la confessione di San Ciriaco, rivolto verso il popolo e la porta orientale. Al di Sotto dell'abside, furono trasferiti i corpi dei santi protettori dalla chiesa di Santo Stefano.

L'intero corpo di fabbrica coincideva con il braccio trasversale dell'odierna cattedrale: con abside a nord-ovest (l'attuale cappella della Madonna Regina di Tutti i Santi) e porta d'ingresso a sud-est (al posto dell'attuale cappella del Crocifisso), a cui faceva capo l'antichissima strada carrozzabile e lo scalone Nappi (in passato collegato alle scalette ed ancora visibile dietro il campanile) per i pedoni.

La trasformazione a croce greca

Ma nel volgere di pochi decenni il tempio si mostrò insufficiente alle esigenze culturali e al prestigio di una città che cresceva in popolazione, in ricchezza dovuta ai commerci e in autonomia.

Nuove esigenze liturgiche, l'afflusso sempre più crescente alle reliquie dei santi patroni (invocati a protezione contro le aggressioni e le calamità naturali) imponevano un ampliamento del sacro edificio. Impossibile, per la ristrettezza del sito, ampliare le navate esistenti, che avrebbero reso il complesso goffo e sproporzionato, si optò per l'innesto del braccio longitudinale a tre navate, trasformando l'edificio a croce greca. Incerto il nome dell'architetto, ma sicuramente si tratta di un artista geniale che con la fusione di diversi elementi stilistici progettò un riuscitissimo connubio armonico e originale dell'arte romanica con il tipo basilicale bizantino.

Nel 1189, secondo i calcoli del già citato Cesare Posti, la cattedrale doveva essere in tutto rinnovata non solo per il nuovo assetto architettonico, ma anche per la decorazione sia esterna che interna. L'ingresso principale venne orientato a occidente prospiciente sulla città.

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