Igino Giordani, pioniere dell’ecumenismo e testimone dell’unità

Con un incontro dedicato a Igino Giordani, cofondatore del Movimento dei Focolari e pioniere dell’ecumenismo nel XX secolo, si è aperta la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio), tempo prezioso di ascolto, dialogo e preghiera condivisa. Domenica 18 gennaio, nel teatro della parrocchia SS. Cosma e Damiano, il prof. Giancarlo Galeazzi, preside emerito dell’Istituto di scienze religiose di Ancona, la prof.ssa Colomba In Hye Kim, teologa del Movimento dei Focolari, e il pastore Michele Abiusi della Chiesa Cristiana Avventista del 7° Giorno, hanno delineato la figura poliedrica di Giordani: uomo di fede profonda, studioso appassionato dei Padri della Chiesa, giornalista coraggioso e illuminato, testimone instancabile dell’unità vissuta.

Il prof. Giancarlo Galeazzi ha presentato l’ecumenismo di Igino Giordani come un percorso ispirato al personalismo, condiviso con figure come Maritain, La Pira, Rops e Lubich: un cammino che dalla polemica approda al dialogo, dal “martello” al “mantello”. E ha condiviso quattro aspetti che possono aiutare a pensare (o ripensare) l’ecumenismo anche oggi. «Innanzitutto ecumenici non si nasce – ha detto – ma si diventa. L’atteggiamento infatti nei confronti dei protestanti si è sviluppato dalla vis polemica iniziale allo spirito dialogico. Con un’immagine si potrebbe dire: prima è stato “martello” poi “mantello”. Anche la denominazione usata nei loro confronti fa comprendere tale evoluzione: chiamati prima “acattolici”, poi “fratelli separati” poi “fratelli ritrovati”».

Il secondo aspetto è «che non si deve essere solo “ecumenisti” cioè studiosi dell’ecumenismo, ma soprattutto “ecumenici”, cioè seguaci, quindi non solo interessati ma appassionati all’ecumenismo che Giordani – come il suo amico lo storico francese Daniel Rops – ha testimoniato in prima persona, insistendo sulla necessità che l’ecumenismo non sia tanto dottrinale quanto esistenziale».

Il prof. Galeazzi ha anche sottolineato che, «per coltivare un tale ecumenismo, occorre un nuovo umanesimo: all’insegna della “integralità” ma non dell’“integralismo”, secondo l’indicazione che Maritain aveva indicato in “Umanesimo integrale” (1936) e ribadito ne “Il contadino della Garonna” (1966). Dall’umanesimo maritainiano Giordani attinge il senso di una nuova cristianità, che va oltre lo stato cristiano per costruire “città nuove” all’insegna dell’amicizia; un ideale che ricorda quello della “città fraterna” di Maritain e delle “città vive” di La Pira: in tutti i casi essenziale è l’amicizia fraterna e civile».

Il quarto aspetto è «la necessità di un ecumenismo che si nutra di due aspirazioni: l’unità, come insegnato da Chiara Lubich, e la pace, come avevano insegnato La Pira e Maritain. Si tratta di una unità come condivisione, non come uniformità, e di una pace come pacificazione. In questa ottica l’ecumenismo di Giordani è convinto che dall’unità dei cuori si svolge quella delle menti. Così Giordani aveva compiuto il suo cammino, che iniziato con la rivendicazione dell’amore per la verità e la carità per le persone, è passato dall’attendere il “ritorno” dei fratelli all’andare “incontro” per agevolarne il “ritorno” e praticare il “dialogo”».

Il pastore Michele Abiusi ha invece raccontato il suo primo incontro con Igino Giordani, che lo ha profondamente toccato e si è rivelato decisivo per tutto il suo ministero pastorale: «Nel 1975 ho incontrato a Rocca di Papa Igino, durante un incontro ecumenico al quale era presente anche Chiara Lubich. Lui mi incoraggiò nel cammino che aveva già intrapreso prima di me e mi disse due frasi che ancora oggi ricordo con chiarezza: “Lanciati, e scoprirai un mondo bello. Come io ho scoperto quello protestante; tu conoscerai quello cattolico e ortodosso”. E ancora: “Michele, segui il tuo cuore, perché lo Spirito ti guiderà”. Parole significative che in 50 anni di ministero ho sempre vissuto, cercando di essere ecumenico. Ringrazio Dio per questo incontro che ha segnato in profondità la mia vita e il mio ministero».

La prof.ssa Colomba In Hye Kim ha sottolineato la dimensione spirituale della testimonianza di Giordani, mostrando come l’incontro con il carisma dell’unità, attraverso Chiara Lubich, abbia rappresentato un momento di maturazione decisiva del suo percorso, orientandolo sempre più verso un “ecumenismo della vita”, fondato sull’amore reciproco e sul Vangelo vissuto. «Giordani visse la sua vita per un ideale grande, – ha detto – per la realizzazione di quel sogno di Gesù: “Tutti siano uno” (Gv 17,21)». La prof.ssa ha ripercorso le tappe fondamentali del suo percorso, a partire dal viaggio in America, da fine agosto 1927 al maggio 1928, «dove ebbe modo di conoscere direttamente esponenti cristiani di varie Chiese. Caddero molti pregiudizi e nacque qui la sua vocazione ecumenica». Quando tornò alla Biblioteca Vaticana, dove lavorava, «leggeva i Padri della Chiesa e scoprì quanto essi tenessero all’unità della Chiesa. Essi furono l’altro caposaldo della sua vocazione ecumenica».

Diresse per vent’anni Fides (rivista mensile della Pontificia Opera per la preservazione della fede), che per molto tempo fu l’unica rivista italiana ad occuparsi dell’unità dei cristiani. Lui disse: «È bene dare più risalto oggi a ciò che ci unisce che a ciò che ci separa». Imboccò così una strada che, senza ignorare le differenze, valorizzasse al massimo tutte le confluenze già esistenti. «Attraverso i suoi scritti, in speciale modo gli articoli di Fides, – ha spiegato la teologa – Giordani dà un impulso notevole alla sensibilità ecumenica in Italia. Quando Giovanni XXIII, annunciando la sua intenzione di convocare il Concilio, annunciò il suo principio ecumenico: “Perché non mettiamo in evidenza quello che ci unisce anziché stare sempre a ricercare quello che ci divide?” per tanti era una novità. Ma il fatto che questi concetti erano stati espressi e pubblicati da Giordani circa 20 anni prima del Concilio, lo colloca tra i precursori che avevano aperto una corrente nuova».

Nella piena maturità, quando aveva 56 anni, avviene poi un fatto fondamentale della sua vita: Giordani incontra Chiara Lubich (laica, donna di appena 28 anni) a Montecitorio. «Col cammino già percorso in merito al problema della “unione delle chiese”, – ha continuato Colomba In Hye Kim – Giordani è pronto a intuire le ricchezze della vocazione ecumenica insita nella “spiritualità dell’unità” di Chiara. Dopo che il disegno di Dio sul piano ecumenico le viene “svelato”,  lei dice a Giordani ch’egli sarà “mantello” a quelli di cui prima era “martello”». Giordani stesso raccontò: «La conversione che si realizzò in me fu notata nel mio stile di scrittore polemico: da allora mi adoperai più a convincere che a vincere». Non pareva più davvero di accostarsi a un “martello inossidabile” (come l’aveva definito Ugo Piazza sull’Osservatore della Domenica), ma a un “mantello”. La virtù della carità segnò come un distintivo la sua opera ecumenica.

Giordani fu anche direttore, insieme a Chiara Lubich, del “Centro Uno”, segreteria per l’ecumenismo del Movimento dei Focolari, dove si svolsero – nell’arco di 19 anni – 35 incontri ecumenici internazionali. La sua linea direttiva: l’amore unifica, costruisce la piattaforma dell’unità dottrinale. La teologa ha anche spiegato che l’ecumenismo è impostato da Chiara Lubich come “ecumenismo della vita” e lo stesso Giordani ne definisce i punti salienti: «Essi partono tutti da norme evangeliche semplici, ma basilari: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35); “Dove due o tre si uniscono nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20); “Che siano tutti uno” (Gv 17,21). È un’esigenza d’amore… Un incontrarsi che dà gioia, strada per arrivare a Dio. Arrivando a Dio vivono in solidarietà momenti di paradiso… Si amano. E l’amore è vita, è liberazione».

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