Venerdì Santo: la Passione, racconto della gloria dell’amore

Oggi pomeriggio, nella Cattedrale di San Ciriaco, ad Ancona, è stata celebrata la Passione del Signore, uno dei momenti più intensi e solenni del Triduo Pasquale, in cui la Chiesa fa memoria della passione e morte di Gesù Cristo sulla croce. Alla liturgia, presieduta dall’Arcivescovo Mons. Angelo Spina, hanno partecipato numerosi fedeli in un clima di silenzio e preghiera. Attraverso la proclamazione della Passione secondo il Vangelo, l’adorazione della Croce e la comunione eucaristica, i fedeli sono stati invitati a contemplare il mistero dell’amore di Dio.

LA PASSIONE, RACCONTO DELLA GLORIA DELL’AMORE

Mons. Angelo Spina ha sottolineato che il racconto della passione del Vangelo è «il racconto della gloria dell’amore, della gloria di chi ha amato fino alla fine. Ogni anno leggiamo e contempliamo la passione di Gesù e veneriamo la croce, ma tutto questo è predisposto affinché comprendiamo la croce come luogo in cui Gesù ha raccontato “Dio che è amore”. Ha raccontato l’amore che vince la morte, l’amore che genera resurrezione e vita eterna».

L’Arcivescovo ha poi fatto una riflessione sulle croci che segnano la vita di ogni uomo: «Noi siamo abituati a leggere la Passione nella sua realtà scandalosa e folle, nella sua pesantezza, nella sua durezza, che comunque conosciamo in tanti corpi di nostri fratelli e sorelle: corpi malati, sofferenti, torturati, perseguitati, corpi affamati e morenti, corpi handicappati, segnati da malattie fisiche o mentali. Corpi dilaniati dalle bombe delle guerre.

Il nostro Dio ha condiviso in suo Figlio Gesù, uomo “nato da donna” (Gal 4,4), carne fragile e mortale (cf. Gv 1,14) come noi, questa passione, questo patire umano sempre presente nella storia. Quando vediamo una persona sofferente, morente, tormentata dal male (e ognuno pensi a questa presenza nella propria famiglia), vediamo la passione della carne di Cristo, e dovremmo – in un cammino faticoso e anche lungo, in un cammino di lotta – giungere a vedere la croce, la propria croce da abbracciare e innalzare.

Ma attenzione: la croce è forse la sofferenza in sé? La malattia in sé? La morte in sé? No! Perché Dio non vuole la sofferenza, la malattia, la morte, non vuole la persecuzione e il rigetto del giusto. Anzi, il Signore desidera che noi lottiamo per la salute, la vita, la relazione nella giustizia e nella pace.

Ma allora cosa dobbiamo fare? Dobbiamo semplicemente credere, aderire al Signore, mettere fiducia in Lui. E se noi crediamo, ecco la possibilità di uno sguardo altro sulla passione: è lo sguardo che ci invita ad avere l’evangelista Giovanni. Se con lo sguardo dal basso vi leggiamo solo dolore e pianto, con lo sguardo dall’alto vi leggiamo invece la gloria: un cielo popolato da angeli, che in una liturgia celeste fanno eucaristia-ringraziamento del corpo e del sangue di Cristo, sangue versato e corpo di un Gesù che sulla croce regna, con un volto che racconta la pace di chi ha detto al Padre nella morte: “È compiuto” (Gv 19,30).

Si è compiuta la volontà di Dio, Gesù ha compiuto la propria missione, cioè ha vissuto l’amore fino all’estremo, fino a lavare i piedi (cf. Gv 13,1-15), fino a dare la propria vita (cf. Gv 15,13). Ed è proprio per aver vissuto in pienezza l’amore che Gesù muore come un vivente: non spira (cf. Mc 15,37 e par.), ma “consegna lo Spirito” (Gv 19,30), diffonde lo Spirito santo su tutti gli uomini e su tutta la creazione.

La croce gloriosa di Gesù è il segno di come Dio ci ha amati: suo Figlio è steso su un legno a braccia aperte, è un servo, è uno che ha offerto la vita e che vuole abbracciare tutti. Questa è la grande svolta: avere la capacità di guardare il Crocifisso, ma nell’integralità del mistero pasquale che non finisce nel Venerdì Santo, ma va fino alla Pasqua. Ciò che dobbiamo sempre credere e confessare, guardando a Lui, è il suo amore che ha vinto la morte, dunque la sua resurrezione. Non dobbiamo mai separare la croce dalla resurrezione, perché proprio sulla croce la vita ha vinto la morte, l’amore ha vinto la morte, la riconciliazione ha vinto ogni separazione, la comunione ha vinto ogni situazione infernale. Il Signore ci renda nel nostro tempo, reso buio da tanti mali e dal peccato, testimoni di speranza e artigiani di pace».

VIA CRUCIS CITTADINA

Al termine della celebrazione, si è svolta la Via Crucis cittadina. A causa dei lavori stradali, la processione è partita dalla Cattedrale di San Ciriaco, è scesa lungo lo Scalone Nappi fino alla chiesa degli Scalzi, per poi risalire attraverso via Papa Giovanni XXIII e fare ritorno in Cattedrale.

Durante il cammino, segnato da momenti di meditazione e preghiera, i partecipanti hanno ripercorso le tappe della Passione di Cristo, lasciandosi interrogare dal significato della croce nella propria vita.

Come ha ricordato l’Arcivescovo nelle meditazioni della Via Crucis, «la morte di Gesù sembra una sconfitta, ma Egli ha provato l’abbandono per non lasciarci ostaggi della desolazione e stare al nostro fianco per sempre: non è la fine, perché Gesù è stato lì e ora è con noi». Un messaggio che risuona con forza nel Venerdì Santo: la croce non è l’ultima parola, ma il segno di un amore che attraversa il dolore e apre alla speranza.

«L’annuncio fondamentale del Vangelo è che Gesù non rimane prigioniero della morte, – ha continuato – ma la vince e risorge. È l’amore a vincere la morte, quell’amore che ora si veste di lacrime e di gioia per ciascuno di noi che sperimenta la misericordia di Dio per rinascere a vita nuova».

L’omelia integrale dell’Arcivescovo: Omelia Venerdì Santo 2026

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