La santità non è per pochi, è la vocazione di tutti: un cammino quotidiano di amore, fedeltà e dono. Da questa consapevolezza è partita la veglia di preghiera per le vocazioni, che la Metropolia di Ancona ha vissuto venerdì 24 aprile nell’Abbazia di Santa Maria in Castagnola, a Chiaravalle. Nella stessa serata, le veglie si sono svolte anche nelle altre Metropolie delle Marche, in un cammino comune di fede e preghiera.
La veglia è stata incentrata sul battesimo come via comune su cui si innestano le varie vocazioni, per camminare verso la santità. All’inizio della veglia, in processione, sono quindi stati portati all’altare i tre simboli del Battesimo: il cero pasquale, una brocca d’acqua e un’ampolla d’olio. La preghiera è stata guidata dal vescovo di Senigallia, Mons. Francesco Manenti, alla presenza dell’Arcivescovo di Ancona-Osimo, Mons. Angelo Spina, del Vescovo di Jesi, Mons. Paolo Ricciardi, e del Vescovo emerito di Jesi, Mons. Gerardo Rocconi.
Fin dall’inizio, il senso della veglia è stato chiaro: la vocazione nasce da un incontro che tocca il cuore e cambia la vita. Come negli Atti degli Apostoli, quando l’annuncio di Pietro porta a quella domanda decisiva: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». La risposta non è teorica, ma concreta: convertirsi, farsi battezzare, ricevere lo Spirito Santo. È da qui che parte ogni vocazione.
TESTIMONIANZA DI VITA
A rendere tutto ancora più concreto, la testimonianza di una donna che ha ricevuto il Battesimo, qualche anno fa, nella notte di Pasqua. «A 12 anni, dopo la morte di una mia cara amica – ha raccontato – ho deciso di diventare atea». Una ferita che ha chiuso il cuore per anni. Poi, quasi per caso, un incontro: una conferenza del sacerdote che aveva accompagnato Franco Battiato negli ultimi momenti della sua vita.
«Sono andata all’incontro perché sono una grande fan di Battiato – ha continuato – quella sera il sacerdote parlò dell’impossibile che diventa possibile grazie a Dio. Alla fine ci disse: chiedete alla persona che avete accanto ciò che per voi è impossibile. Io mi sono girata verso una mia amica e le ho detto: “Insegnami a pregare”». Da lì, è iniziato il cammino: «Da quel giorno ho avuto tanti segni che il Signore mi chiamava al battesimo, ma sono iniziate anche tante prove. Io ho ricevuto un grande miracolo, perché nonostante le difficoltà, ho sempre sperimentato una letizia nel cuore. Non ho mai perso la serenità e la gioia. Ogni giorno ringrazio Dio per tutto».
I TRE SEGNI DEL BATTESIMO
La veglia è stata costruita attorno a tre segni essenziali, profondamente legati al Battesimo. Il primo è stato l’acqua: durante il canto l’assemblea è stata aspersa con l’acqua benedetta. Un gesto con cui i fedeli hanno accolto nuovamente il dono della fede, l’amore di Dio che salva. Il secondo segno è stato quello della luce: le candele accese al cero pasquale, Cristo risorto. È la sua fiamma, la stessa che ci è stata donata il giorno del battesimo e che sempre dobbiamo ravvivare.
Il terzo è stato l’olio e ciascuno ha ricevuto il segno del Mandato. I Vescovi di Ancona-Osimo, Senigallia e Jesi hanno posto l’olio di nardo sul palmo delle mani, così da richiamare il gesto della donna che unge i piedi di Gesù e il cui profumo riempie tutta la casa. È un amore gratuito, “sprecato” per il Signore, ma proprio per questo capace di trasformare il mondo circostante. Così è ogni vocazione: nasce da un incontro d’amore e diventa testimonianza che si diffonde.
Ricevere l’olio nelle mani ha un significato molto concreto: le mani sono segno della vita, delle scelte, delle azioni quotidiane e quel profumo indica che la chiamata non resta un dialogo interiore, ma passa attraverso il modo con cui scegliamo di agire. Il nardo è un profumo intenso e riconoscibile: non può essere nascosto; allo stesso modo, chi accoglie la chiamata di Dio è invitato a rendere riconoscibile Dio nella propria vita. Non con discorsi astratti, ma con uno stile che passa nelle relazioni, nel servizio, nella gioia e nella fedeltà a Lui. La vocazione diventa, infine, una missione: portare nel mondo il “profumo” del Vangelo, là dove si vive, si studia, si lavora.
LE BEATITUDINI: LA STRADA DELLA FELICITÀ
Al centro della riflessione, guidata da Mons. Francesco Manenti, Vescovo di Senigallia, il Vangelo delle Beatitudini. «La parola “beati” – ha spiegato – significa felicità, ma anche “mi congratulo con te”: è la gioia di chi costruisce bene la propria vita, di chi la progetta in modo sapiente. Conoscere Gesù è la più grande fortuna e benedizione per la nostra esistenza». Il Vescovo ha spiegato che «Gesù indica una strada concreta: essere miti, cioè lasciare spazio agli altri; essere misericordiosi e non restare indifferenti ai bisogni degli altri; saper perdonare, essere operatori di pace e di giustizia, anche quando costa».
Il Vescovo ha poi sottolineato che «la santità prima di essere un traguardo da raggiungere, è un dono già ricevuto. Ci è stato dato nel Battesimo. Noi siamo già santi, ma questo dono chiede di essere riconosciuto con gratitudine, accolto e corrisposto con responsabilità. Chiede concretamente che l’amore di Dio guidi la nostra esistenza, ovunque siamo, come ha detto Papa Leone. Nella vita quotidiana: nelle relazioni, nel lavoro, nello studio, nelle fatiche di ogni giorno. Questa sera ringraziamo quindi il Signore per il suo regalo: la nostra santità. Resti sempre vivo nel nostro cuore il desiderio di essere raggiunti e accompagnati dall’amore di Dio e di corrispondere».
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