Dieci anni di storie, ferite e ripartenze. Dieci anni accanto a papà separati o divorziati che, in un momento difficile della loro vita, hanno trovato non soltanto un alloggio, ma un luogo nel quale sentirsi accolti, ascoltati e accompagnati. La Casa “Regina Pacis” di Falconara Marittima ha celebrato domenica 13 settembre il suo decimo anniversario con una giornata dedicata al significato dell’accoglienza, dell’ascolto e della prossimità.
Promossa dall’Associazione Riconciliazione e Pace Ancona ODV-Ets, in collaborazione con la Caritas diocesana, la giornata si è svolta nella parrocchia Beata Vergine Maria del Rosario, con la partecipazione di Mons. Angelo Spina, che ha presieduto la Santa Messa, e di don Luigi Maria Epicoco, che ha proposto una catechesi sul tema “Saper dare, saper ricevere: da Eliseo a Gesù”.
Alessia Galeazzi, presidente dell’Associazione Riconciliazione e Pace Ancona ODV Ets, ha ricordato che la Casa offre ai papà separati un alloggio con camera personale e spazi comuni: «La Casa permette loro di riacquistare la propria dignità e ai figli di conservare o recuperare il rapporto con la figura paterna, in un contesto sereno e stabile. Dove è possibile e se ci sono i presupposti, si tenta di riunire la famiglia attraverso un percorso di riconciliazione».
Il diacono Giuseppe De Sisto, fondatore della Casa “Regina Pacis”, ha ripercorso questi «dieci anni di incontri, storie, difficoltà e speranze», fatti di persone che hanno cercato «non soltanto un luogo dove stare, ma soprattutto un luogo nel quale sentirsi accolte, ascoltate e non giudicate. Un uomo separato non ha soltanto bisogno di soluzioni, ha bisogno di essere ascoltato, di sentirsi ancora una persona, di non sentirsi solo. A volte la speranza ricomincia proprio così: quando qualcuno si ferma accanto a te e, senza giudicarti, decide di camminare con te». «La Casa – ha aggiunto – è una piccola goccia in mezzo a un mare di fragilità». Guardando al futuro, De Sisto ha indicato la sfida dei prossimi anni: potenziare strutture e servizi per riuscire a rispondere alle nuove forme di fragilità.

Diacono Giuseppe De Sisto
Simone Breccia, direttore della Caritas diocesana, ha ricordato la collaborazione con la Casa “Regina Pacis”: «È un’opera che accoglie e accompagna tante persone ferite, aiutandole a rialzarsi e a riprendere in mano la propria vita. La Caritas cerca di dare risposta alle situazioni di difficoltà anche coinvolgendo la comunità e sostenendo realtà, come questa, capaci di riconoscere prima le persone e poi i loro bisogni».
Mons. Angelo Spina ha quindi presieduto la Santa Messa di ringraziamento per il decimo anniversario della Casa, alla quale ha partecipato anche la sindaca di Falconara Marittima Stefania Signorini. L’Arcivescovo ha rivolto i suoi auguri alla Casa “Regina Pacis” e a quanti in questi anni ne hanno sostenuto l’opera: «Dio è amore e noi siamo solo strumenti. Facendo del bene restituiamo ciò che Dio ci ha donato». La carità, ha sottolineato, non ha soltanto una dimensione filantropica, ma teologica, perché risponde alla «logica di Dio».
Commentando le letture, Mons. Spina si è poi soffermato sul perdono: «Perdonare settanta volte sette significa perdonare sempre. Se Dio perdona tutto, perché noi non dobbiamo perdonare?». Ha quindi invitato a guardare al Crocifisso, «volto della misericordia di Dio», ricordando le parole di Gesù: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». «Gesù è buono e grande nell’amore – ha concluso – e siamo chiamati anche noi a perdonare».

Santa Messa di ringraziamento per i 10 anni della Casa “Regina Pacis”
LA CATECHESI DI DON LUIGI MARIA EPICOCO
Al centro della giornata anche la catechesi di don Luigi Maria Epicoco, che partendo dalla storia del profeta Eliseo e della donna di Sunem, narrata nel Secondo libro dei Re, ha approfondito proprio il significato cristiano dell’accoglienza e della carità.
La donna invita Eliseo a pranzo e proprio da questo gesto Epicoco ha indicato il primo passo della carità: accorgersi dell’altro: «Viviamo in una società dove c’è l’indifferenza. Non tutti noi siamo chiamati a fondare associazioni, ma tutti siamo dotati di occhi che devono essere capaci di accorgersi degli altri». Se si vince l’indifferenza e si aprono gli occhi, nascono relazioni capaci di diventare «balsamo nella vita degli invisibili, degli ultimi».
La donna costruisce poi per Eliseo una piccola camera in muratura, con un letto, una sedia, un tavolo e un candeliere. Epicoco ha letto in questi elementi i segni dell’autentica ospitalità: il letto offre la possibilità di fermarsi e riposare; la sedia restituisce dignità e permette alla persona di raccontarsi; il tavolo è il luogo della convivialità, dove si smette di essere estranei e si diventa amici; il candeliere rappresenta la luce restituita a chi, nella disperazione, non riesce più a vedere una via d’uscita. Accogliere significa quindi offrire «noi stessi, la nostra amicizia, la nostra vicinanza, il nostro esserci, la nostra prossimità».
Ma la carità non è mai a senso unico. La donna dona a Eliseo e, attraverso di lui, riceve quel figlio che non aveva mai avuto. Epicoco ne ha sottolineato il significato simbolico: si può essere persone buone, operose e capaci di donare e, allo stesso tempo, aver perso «il gusto della vita». Proprio le persone che aiutiamo, «attraverso il passaggio della loro vita nella nostra», possono misteriosamente restituirci qualcosa, non in termini materiali, ma spirituali, interiori. «Quando una persona vive veramente la carità – ha sottolineato – la sperimenta attraverso due conseguenze: una grande guarigione del cuore e un aumento di gioia». Per questo «bisogna avere l’umiltà di saper donare, ma anche di saper ricevere».

Don Luigi Maria Epicoco
La storia dell’Antico Testamento prosegue con la morte improvvisa del figlio. Il servo di Eliseo tenta inutilmente di rianimarlo attraverso il bastone del profeta; è invece Eliseo, con la propria presenza, la preghiera e il coinvolgimento personale, a restituirgli la vita. «Il miracolo non passa attraverso una tecnica. Passa sempre attraverso una persona. Si possono costruire le opere e le organizzazioni migliori, ma sono le persone la materia viva che Dio usa per fare i miracoli».
E il miracolo della carità è proprio questo: «Che una persona che non ha più speranza riprende a sperare». A volte il Signore ci dà la grazia di poter risolvere i problemi di chi si incontra, «ricompattare delle relazioni, dare un lavoro, una casa, un’accoglienza». Ma anche quando sembra tutto perduto, «se tu hai ridato speranza a una persona, allora c’è ancora vita. La carità non nasce per risolvere, la carità nasce per far risorgere. A volte possiamo anche risolvere, ma la potenza della carità è sempre di resurrezione ed è una resurrezione che accade nel cuore di una persona».
Da Eliseo, Epicoco è passato a Gesù, che per tutta la sua vita si è lasciato accogliere dagli altri: nel grembo di Maria, nella mangiatoia, nella casa di Maria e Giuseppe e poi nelle case e alle tavole di tante persone. Il mistero dell’Incarnazione è «un Dio che scende alla nostra altezza, che diventa uno che puoi guardare negli occhi». Da qui l’invito a non pensare di trovarsi soltanto dalla parte dei benefattori: «Non sarebbe cristiano questo». Anche chi dona deve riconoscersi bisognoso e, a volte, lasciare che siano gli altri ad aiutarlo. «Questa umiltà di fondo cambia completamente il rapporto. Non è più dall’alto verso il basso. Comincia a diventare un rapporto alla pari».
Un metodo che Epicoco ha riconosciuto anche nell’esperienza della Casa “Regina Pacis”: dare ospitalità e accoglienza affinché chi attraversa un momento di dolore non rimanga solo. Con un obiettivo preciso: far ripartire la persona. «Le storie del Vangelo finiscono sempre con un “Andate”. Non restate». La carità cristiana è un luogo di accoglienza «perché la vita riparta»: accogliere, far risorgere e aiutare la persona a continuare il proprio cammino, perché un giorno anche chi è stato aiutato possa diventare «salvezza per gli altri».
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