Presso la Loggia dei Mercanti ad Ancona è iniziato il congresso sul rapporto tra intelligenza clinica e intelligenza artificiale. L’obiettivo degli incontri è analizzare come l’IA sta influenzando la gestione delle principali patologie cardiovascolari. In un’epoca di sovraccarico di dati (Big Data), la sfida del clinico moderno è capire se e come questi strumenti possano migliorare la stratificazione del rischio, la precisione diagnostica e la personalizzazione della terapia, senza mai sostituire il giudizio critico del professionista.
All’incontro è stato chiamato a dare un breve sull’Intelligenza Artificiale l’arcivescovo Angelo Spina. Di seguito viene riportato il suo intervento:
“Grazie per l’invito che mi è stato rivolto dal dottor Roberto Antonicelli, a portare il saluto al Congresso medico Ancona Cuore 2026 dal titolo <<Intelligenza “Clinica” ed intelligenza Artificiale”: Il mondo è già cambiato?>>.
E’ di recente che è stato sollevato l’allarme sull’IA con la sfida sulle regole».
Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha chiesto alle grandi società di intelligenza artificiale di rallentare la corsa verso i sistemi più potenti. La novità è che, questa volta, a convergere sulla necessità di un rallentamento sono diversi protagonisti della stessa competizione: Sam Altman di OpenAI, Demis Hassabis, cofondatore di Google DeepMind, e lo stesso Elon Musk con la sua società xAI.
Dentro questa tensione si colloca la proposta di Amodei. «Non vi mentirò: esistono pericoli reali. E credo che per troppo tempo l’industria abbia mentito alle persone sul fatto che questa tecnologia comportasse dei rischi».
La previsione più allarmante è che, senza adeguate misure di sicurezza, entro sei-dodici mesi sistemi autonomi coordinati possano arrivare a compromettere vaste parti di Internet.
Papa Leone XIV, nella enciclica Magnifica Humanitas ha ricordato che intelligenza umana, coscienza e libertà devono guidare l’innovazione tecnologica e stabilirne limiti e impieghi.
La posta in gioco comprende la sicurezza dei sistemi, ma anche la distribuzione del potere economico, il controllo delle infrastrutture, la competizione tra Stati e la possibilità che le grandi società partecipino direttamente alla scrittura delle regole che dovranno arrivare a governarle.
Più che domandarci cosa farà l’IA pensiamo a cosa diventeremo noi.
Bill Gates parla di un’era «turbolenta», di scelte che non possono essere rinviate, di una tecnologia che potrà diventare il più grande fattore di uguaglianza mai inventato oppure una nuova, drammatica sorgente di ingiustizia. È una diagnosi seria. Ed è importante che una voce come la sua scelga di esporsi con tanta nettezza. L’intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia. È uno dei segni che caratterizzano l’attuale “cambiamento d’epoca”. L’IA, infatti, tocca il lavoro, la salute, l’educazione, la democrazia, la pace, la vita dei bambini, il destino degli anziani, la dignità dei poveri, il rapporto tra Nord e Sud del mondo. Fa emergere la domanda più antica e più decisiva: che cosa significa essere umani? Non possiamo lasciare questa domanda solo alla tecnica. E non basta più neppure una semplice etica dell’IA, dall’algoritmo all’algoretica, come dice Paolo Benanti, intesa come correzione successiva dei danni: prima il rischio, poi il rimedio; prima la macchina, poi la regola; prima l’accelerazione tecnica, poi qualche aggiustamento morale. Tutto questo è necessario, ma non è sufficiente. S erve con urgenza una visione. Dobbiamo essere grati a Papa Leone XIV per avere posto, con Magnifica humanitas, la questione dell’intelligenza artificiale non soltanto sul piano tecnico, né su quello dell’etica applicata, ma come una domanda sull’umano. La domanda da porsi è: che cos’è, allora, l’umano? L’orizzonte si allarga: l’essere umano non è soltanto intelligenza, calcolo, linguaggio, capacità di risolvere problemi. È relazione. È nascita. È dipendenza. È fragilità. È cura. È creatività. È morte. È destinazione. Un esempio: ogni essere umano ha l’ombelico, ossia il segno che nessuno si è fatto da sé e che tutti veniamo da un’altra. Tutti siamo stati accolti, nutriti, protetti. Prima di poter dire “io”, ciascuno di noi è stato – e comunque resta – dentro un “noi”. Nulla di questo nella macchina. Una macchina può essere costruita. Può essere addestrata. Può imparare a rispondere. Ma non nasce. Non conosce la gratitudine di essere stata generata, né la responsabilità di custodire un altro. Non ama, non pensa, non si commuove. Questa differenza non diminuisce la potenza dell’intelligenza artificiale. Ci ricorda però ciò che dobbiamo custodire.
È significativo che Gates arrivi a questa soglia anche attraverso ricordi personali, riguarda suo padre, morto di Alzheimer, e la gratitudine verso i caregiver che lo assisterono quando non riusciva più a esprimersi con chiarezza. In quella cura, riconosce Gates, c’era qualcosa di insostituibilmente umano.
Ci ricorda che la cura non è soltanto una prestazione. È ascolto, presenza, interpretazione paziente del bisogno, responsabilità verso chi è fragile. Da qui nasce l’intuizione di Gates sugli ambiti Human Reserved: spazi, lavori, responsabilità che una società dovrebbe scegliere di riservare agli esseri umani, anche quando una macchina potrebbe tecnicamente svolgerli. Non si tratta soltanto di decidere quali lavori lasciare all’uomo. Si tratta di orientare l’intera innovazione a partire dall’irriducibilità dell’umano. Non alcune “riserve” umane ai margini di un mondo governato dalla tecnica, ma una tecnica posta al servizio della persona, dei legami, della dignità, del bene comune. L a grande tentazione del nostro tempo è trasformare ogni ferita sociale in una soluzione tecnica. Se mancano medici, immaginiamo di sostituirli con sistemi automatici. Se gli anziani sono soli, offriamo loro una compagnia artificiale. Se le famiglie non riescono ad accedere ai servizi, consegniamo loro una nuova interfaccia. Se la scuola è in difficoltà, affidiamo l’apprendimento a un tutor digitale. Tutto questo può essere utile, talvolta persino necessario. Ma può diventare pericoloso quando ci abitua a considerare normale l’assenza dell’uomo. L’IA può e deve aiutare la cura ad arrivare prima. Può sostenere i medici, gli infermieri, gli insegnanti, gli operatori sociali, le famiglie. Può semplificare l’accesso ai servizi, riconoscere segnali di fragilità, accompagnare percorsi complessi, ridurre disuguaglianze che oggi feriscono milioni di persone. Ma non può sostituire la relazione. Non può ascoltare davvero il dolore. Non può condividere la paura. Non può assumere su di sé la responsabilità morale della cura.
U na macchina può ricordare a un anziano di prendere una medicina. Può accendere una luce. Può segnalare una caduta. Ma non può trasformare la solitudine in appartenenza. Può simulare una risposta affettuosa, ma non può amare. Può interagire con una voce sola, ma non può diventare una comunità. C’è anche una questione di verità, che Gates richiama parlando di deepfake e disinformazione personalizzata, e che Magnifica humanitas colloca dentro la responsabilità democratica. L’intelligenza artificiale non produce soltanto strumenti; contribuisce a costruire ambienti mentali, linguaggi, immagini, narrazioni. Per questo custodire l’umano significa anche custodire la possibilità di distinguere il vero dal falso, il fatto dalla finzione, l’esperienza dalla simulazione. Ecco perché la scelta non è: “IA sì” o “IA no”. La vera domanda è: quale IA? Per quale uomo? Per quale società? Per quale futuro? Papa Leone, in Magnifica humanitas, ci offre due immagini bibliche. C’è Babele: la città che costruisce una torre fino al cielo. È la dittatura della tecnica che porta a divedersi e a distruggersi. E c’è Gerusalemme, nel racconto di Neemia: una città le cui mura vengono ricostruite da tutti insieme, ciascuno davanti alla propria casa. Prima delle pietre, Neemia ricostruisce i legami. Ecco la scelta: Babele o Gerusalemme. Una tecnica che accresce il potere di pochi, oppure una tecnica che aiuta a ricostruire il “noi”. Gates chiede giustamente un piano globale.
S oprattutto serve una scelta: non lasciare che la tecnica decida da sola che cosa l’uomo deve diventare. Le tradizioni religiose possono offrire qui un contributo specifico. Non per frenare, ma per ricordare ciò che il futuro non deve perdere. Non per opporsi all’innovazione, ma per impedire che l’innovazione perda l’uomo. Il progresso non si misura soltanto dalla potenza degli strumenti, ma dalla qualità umana del mondo che essi generano. L’intelligenza artificiale ci obbliga a tornare all’essenziale. Siamo esseri generati, fragili, relazionali. Siamo fatti per l’incontro, non per l’isolamento. Per il “noi”, non per l’autosufficienza. Per la cura reciproca, non per l’abbandono efficiente. La vera domanda, allora, non è soltanto che cosa potrà fare l’IA. La vera domanda è che cosa vogliamo diventare noi. Se sapremo rispondere insieme, l’intelligenza artificiale potrà davvero servire un nuovo umanesimo planetario. Se non sapremo farlo, rischieremo di avere macchine sempre più intelligenti e società sempre più povere di umanità.
Papa Leone nella Magnifica humanitas sottolinea:
La velocità con la quale si sviluppano le innovazioni riguardanti l’Intelligenza Artificiale ci spinge a domandarci se in futuro sarà possibile controllare queste macchine, se l’uomo non corra il rischio di diventare vittima delle proprie invenzioni. Uno dei gravi problemi odierni è constatare che le decisioni concernenti la vita umana sono affidate a delle macchine.Dinanzi a questa preoccupante situazione bisogna riaffermare il carattere insostituibile dell’intelligenza umana di fronte a questi strumenti tecnologici. «Chiedere prudenza, verifiche rigorose, e talvolta anche un rallentamento nell’adozione dell’IA non significa essere contro il progresso, ma esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana» (Magnifica humanitas, n. 106). È dunque importante definire un’etica che accompagni l’utilizzo di questi importanti strumenti, che purtroppo si concentrano nelle mani dei grandi attori economici e tecnologici, e che lo Stato fa fatica a controllare. Occorre fare in modo che il bene della famiglia umana non venga sacrificato per interessi privati”. Grazie e buon lavoro .









