«Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce» (Sal 23). È stato questo versetto ad accompagnare i giorni della seconda edizione del Sicomoro, vissuta dal 2 al 4 ottobre a Casa Nazareth.
Trentasette giovani, provenienti da diverse parrocchie e diocesi, hanno scelto di fermarsi, mettersi in gioco e lasciarsi interrogare sul tema della vocazione battesimale: che cosa significa essere battezzati e, soprattutto, come vivere concretamente questa chiamata nel mondo e nella Chiesa?
Il percorso è iniziato nella chiesa di Santa Maria della Piazza, nel cuore di Ancona, dove don Lorenzo Rossini, don Samuele Costantini e don Luca Bottegoni hanno accompagnato i giovani a ripercorrere, fisicamente e spiritualmente, il rito del Battesimo, dalla porta d’ingresso fino al fonte battesimale.
Una domanda ha fatto da filo conduttore: «Che cosa succede quando diventiamo figli di Dio?» Attraverso i gesti e i simboli della celebrazione, i partecipanti hanno riscoperto il Battesimo come esperienza di rinascita nello Spirito. Non un evento relegato al passato, ma un dono che continua a parlare alla vita di ciascuno e che chiama, fin da subito, a sentirsi parte della Chiesa e a viverla con responsabilità e partecipazione.
Nel pomeriggio la riflessione si è concentrata sul significato della vocazione e sulle conseguenze concrete dell’essere battezzati. «Quale Parola di Dio sono chiamato ad annunciare con la mia vita?» è stata la domanda che ha accompagnato il cammino.
Don Pietro Casi ha aiutato i giovani a scendere più in profondità, ricordando che la vocazione non è una semplice «casella da occupare», ma una realtà viva, in continuo divenire, che ciascuno è chiamato a coltivare personalmente e, nello stesso tempo, insieme agli altri, dentro la comunità e nella Chiesa.
Le vocazioni sono diverse, ma attraverso il discernimento spirituale possiamo imparare a riconoscere la chiamata che Dio rivolge proprio a ciascuno. La vocazione battesimale ci ricorda, infatti, che Dio si è preso cura di noi, ci ha amati e continua ad amarci. Contemplare questo amore può allora diventare il punto di partenza per desiderare di incarnare, nella propria vita, un modo concreto di amare la Chiesa e i fratelli.
I tre giorni del Sicomoro sono stati anche occasione per vivere un momento particolarmente significativo per Casa Nazareth: il passaggio di consegne tra i “fratelli custodi”.
Sabato 3 ottobre, insieme a Mons. Angelo Spina, è stato rivolto un grazie ai tre giovani che, durante l’ultimo anno, hanno abitato Casa Nazareth, prendendosene cura e contribuendo a renderla sempre più una casa aperta, accogliente e capace di essere luogo di incontro per tanti giovani. Con gratitudine è stato consegnato loro il testimone, che ora passa ad altri tre giovani chiamati ad abitare e custodire la casa nel nuovo anno.
Un passaggio semplice ma profondamente significativo: custodire una casa significa, prima di tutto, custodire relazioni, sogni, domande e percorsi di fede. Significa mettersi a servizio perché altri possano sentirsi accolti e trovare uno spazio nel quale fermarsi, ascoltare e interrogarsi.
Al termine dei tre giorni, si torna a casa con il cuore pieno di gratitudine e di gioia, ma anche con una consapevolezza nuova: come battezzati possiamo fare molto per la Chiesa, per la nostra Chiesa.
Il Sicomoro ha aiutato i giovani a riscoprire che la fede non è qualcosa da vivere da soli, ma una chiamata da accogliere insieme. Il Battesimo ci rende figli e, nello stesso tempo, ci rende fratelli; ci dona un’appartenenza e ci affida una responsabilità.
Da Casa Nazareth si riparte, allora, con il desiderio di continuare ad ascoltare la voce di Dio, di riconoscere nella vita i segni della sua presenza e di rispondere, con gioia e fiducia, alla chiamata ricevuta. Perché ogni vocazione nasce da un amore che ci precede. E ogni risposta può diventare, nella Chiesa e nel mondo, una nuova forma di quell’amore.
Maria Chiara Logullo
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