“Rise up! Quale chiamata nello sport?”: incontro con Chiara Mormile, padre Natale Brescianini e Luciano Sabbatini

Una campionessa di scherma, un monaco coach e uno sport-mental coach hanno parlato dell’importanza della fede di fronte alle sfide più importanti della vita, durante l’evento “Rise up. Quale chiamata nello sport?”, organizzato tra Ancona e Fillotrano dall’Ufficio diocesano per la pastorale dello sport e dall’Ufficio diocesano per la pastorale giovanile. È possibile coniugare un cammino di fede con gli impegni di uno sport a livello agonistico? Sì per Chiara Mormile, atleta della Nazionale italiana di sciabola (gruppo sportivo dell’Esercito) che, sabato 9 settembre presso la Sala Coni del PalaPrometeo di Ancona, ha raccontato la sua passione per la scherma e come è riuscita a coltivare la fede tra i suoi numerosi impegni di studente e di atleta.

«Da tanti anni frequento il Movimento Eucaristico Giovanile – ha detto Chiara – e vivo la fede anche nell’ambito sportivo, nelle relazioni con le mie compagne di squadra, nei momenti di gioia, come le vittorie, e nei momenti difficili, dopo le sconfitte. La fede è il filo conduttore della mia vita e il MEG mi ha insegnato a condividere e a non avere pregiudizi, a rispettare sempre gli altri. Conosco perfettamente le vulnerabilità delle mie compagne e non le ho mai utilizzate. So bene cosa vive ognuna di noi e cerco sempre di ascoltarle». Chiara ha anche raccontato che la fede la sostiene nei momenti di difficoltà, «mi aiuta a vedere le cose che mi accadono in modo diverso. Dopo una sconfitta torno subito a lavorare e penso che il giorno dopo sarà migliore e che avrò sempre un’altra occasione». La campionessa ha poi parlato delle persone che le sono state sempre vicine, «la mia famiglia e la comunità del MEG che mi ha sempre sostenuta e mi ha visto prima come una persona e poi come un’atleta».

Durante l’incontro, introdotto dal direttore della pastorale giovanile don Alessio Orazi e dal direttore dell’Ufficio per la pastorale dello sport Luciano Sabbatini, sono anche intervenuti il vicesindaco di Ancona Giovanni Zinni, il presidente del Coni Marche Fabio Luna, il presidente del consiglio comunale Simone Pizzi, e l’Arcivescovo Angelo Spina che ha parlato dell’importanza dello sport «per le nuove generazioni che stanno crescendo sospese, immerse nella cultura digitalizzata. I giovani tendono a isolarsi, ma non si può vivere da soli. Lo sport è importante perché crea relazioni e contribuisce alla crescita della persona umana».

Domenica 10 settembre, presso l’hotel Sette Colli di Filottrano, Chiara Mormile si è invece confrontata con padre Natale Brescianini, monaco benedettino camaldolese (formatore, coach), e con il mental coach Luciano Sabbatini (allenatore-formatore). La campionessa di scherma ha parlato della sua esperienza e padre Natale ha raccontato perché ha deciso di diventare un coach. «Da quindici anni frequento ambienti aziendali – ha detto padre Natale – e credo ci sia bisogno oggi più che mai di tornare ad aiutare le persone a farsi le domande di senso, quelle domande che danno direzione e significato a quello che facciamo. Io non voglio convertire nessuno, non faccio proselitismo, ma cerco di aiutare le persone a farsi le domande in modo corretto, altrimenti con le domande errate arrivano risposte sbagliate». Ha poi spiegato che «un percorso di coaching funziona perché è un momento in cui una persona si ferma, ragiona, c’è un’altra persona che la ascolta e non viene giudicata. Oggi invece le persone vanno sempre di fretta, non si fermano mai, non c’è nessuno che le ascolta e soprattutto sono giudicate su tante cose. Creare dei luoghi dove le persone possono fermarsi ed essere ascoltate credo sia un primo passo per permetter loro di essere pienamente se stesse e di essere felici in quello che fanno». Il coach ha poi spiegato come esercitare una leadership spirituale: «Bisogna cambiare il paradigma e passare da una leadership che è stata vista per tanti anni come la capacità di comando e controllo a una leadership in cui il leader crea una relazione generativa, ovvero crea le condizioni migliori affinché l’altro sia veramente se stesso e dia il meglio di sé».

Il mental coach Luciano Sabbatini ha anche sottolineato che «spesso gli allenatori spingono l’atleta verso il risultato e vedono solo l’aspetto tecnico e fisico. L’atleta invece fa un viaggio verso due direzioni, verso il suo sogno e verso se stesso. Non possiamo quindi dimenticare la dimensione interna e dobbiamo portarla alla luce. La dimensione spirituale sostiene la persona di fronte alle sue sfide più importanti, conducendola a una posizione centrata e di equilibrio interiore». L’obiettivo di “Rise up. Quale chiamata nello sport?” è stato proprio quello di «condividere una visione a 360 gradi dell’atleta, che oltre alla tecnica ha necessità di essere formato anche in una dimensione più profonda». Mons. Angelo Spina ha quindi ringraziato i due Uffici pastorali che hanno organizzato l’evento e gli ospiti degli incontri e ha augurato a tutti di diventare «campioni non solo nello sport ma anche nella vita. La fede è la luce della vita, non toglie nulla ma esalta e orienta la vita e le dà significato. Nella Bibbia leggiamo che San Paolo arriva a Filippi, ad Atene e a Corinto dove vede gli stadi, le corse, e fa un paragone. Lui dice che gli sportivi faticano, si allenano, per vincere un trofeo. E la nostra vita è proprio una gara perché dobbiamo arrivare al traguardo del paradiso, altrimenti avremmo corso invano come uno che corre ma sbaglia la direzione e non taglia il traguardo. Buon cammino sportivo e spirituale a tutti».

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