Durante il periodo di Quaresima l’Arcivescovo tiene la Lectio Divina il martedì alle ore 21 al santuario di San Giuseppe da Copertino a Osimo e il venerdì alle ore 21 nella cattedrale di san Ciriaco ad Ancona.
La Lectio Divina è una pratica di preghiera cristiana tradizionale che consiste nella lettura orante, meditazione, preghiera e contemplazione della Sacra Scrittura. È un dialogo personale con Dio, che utilizza la Bibbia non come studio accademico, ma come Parola viva per nutrire la fede, discernere la volontà divina e trasformare la propria vita.
Di seguito viene riportato il testo delle due Lectio tenute e i file per il download.
Prima lectio divina di Quaresima 2026 di Mons. Angelo Spina
Cari amici, iniziamo questa sera il ciclo di lectio divina. Il tema che ho scelto quest’anno è il tema della croce. Son trascorsi 1700 anni da quando nel 326, come da tradizione, ci fu l’inventio crucis, cioè il ritrovamento della vera croce a Gerusalemme da parte di Elena, madre dell’imperatore Costantino, aiutata in questo da un certo Giuda che si convertì al cristianesimo appena la croce venne ritrovata, si fece battezzare e prese il nome di Kuriakòs, Ciriaco, cioè del Signore. In seguito venne eletto vescovo di Gerusalemme e nel 363 venne martirizzato durante la persecuzione dell’imperatore Giuliano l’Apostata. Il corpo di san Ciriaco venne donato ad Ancona da Galla Placidia, figlia dell’Imperatore Teodosio il Grande, nel 418 e venne portato da Gerusalemme ad Ancona. Il corpo di San Ciriaco ora è custodito nella cripta dei Patroni nella basilica cattedrale di San Ciriaco ad Ancona. Nel 2023 il corpo è stato sottoposto ad una accurata ricognizione con indagini scientifiche. Nel 2025 sono stati comunicati i risultati che concordano sostanzialmente con quanto tramandato dalla tradizione nel corso dei secoli.
Approfondendo la vita di San Ciriaco emergono tre dati importanti e utili per la nostra vita di credenti in Cristo. Il primo: il ritrovamento della croce, san Ciriaco contribuisce a farla ritrovare. Il secondo: che lui l’abbraccia, cioè si converte e si fa battezzare. Il terzo: che di fronte alla persecuzione e alla morte resta fermo nella fede e preferisce il martirio testimoniando l’amore a Cristo crocifisso e risorto.
Questo è anche l’anno in cui vengono celebrati gli ottocento anni dalla morte di San Francesco a cui parlò il crocifisso di San Damiano e che alla Verna ricevette le stimmate, venendo definito “alter Christus”.
Leggendo i Vangeli vediamo che mentre Gesù sale a Gerusalemme vengono riportati tre annunci solenni sulla passione, morte e risurrezione di Gesù. Questi annunci servono a preparare i discepoli al destino imminente del “Figlio dell’uomo” e a rivelare che la sua morte non è un incidente, ma il compimento del piano di salvezza di Dio.
Il primo si trova in Lc 9,22: «Il Figlio dell’uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, essere messo a morte e risorgere il terzo giorno»; esso viene dopo la confessione di Pietro sull’identità del Cristo e sull’ordine dato da Gesù stesso di non propalare tale verità (9,20-21).
Il secondo annuncio è in Lc 9,44: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato in mano degli uomini», cioè dopo l’episodio della trasfigurazione (vv. 28-36), nel quale il Cristo viene rivelato nella sua più profonda identità ai tre discepoli più stretti, e prima del grande viaggio che Gesù intraprende con i dodici apostoli verso Gerusalemme e che solo Luca racconta in questa forma.
Il terzo annuncio, infine, si ha in Lc 18,31-33: «Poi prese con sé i Dodici e disse loro: “Ecco, noi andiamo a Gerusalemme, e tutto ciò che fu scritto dai profeti riguardo al Figlio dell’uomo si compirà. Sarà consegnato ai pagani, schernito, oltraggiato, coperto di sputi e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno e il terzo giorno risusciterà”».
Quest’ultimo annuncio Gesù lo fa al termine del lungo viaggio verso la città santa, dopo aver fatto della strada percorsa l’itinerario della formazione dottrinale degli apostoli, e prima dell’ormai prossimo racconto della sua reale passione.
I racconti dei Vangeli canonici sulla crocifissione di Gesù sono ricchi di particolari, dalla folla che grida “sia crocifisso” a Pilato che decreta la morte in croce. L’evangelista Giovanni nel dialogo di Gesù con Nicodemo riporta queste parole:<<E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui>> (Gv 3,14-17).
Matteo 16,24 riporta le parole di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.
Matteo 27,33-50: Descrive il disprezzo dei passanti nei confronti di Gesù crocifisso e l’oscurità sulla terra.
Marco 15,22-37: Riporta il grido di Gesù in croce, in aramaico “Elì, Elì, lemà sabactàni?” (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”).
Luca 23,33-46: Include il dialogo con il “buon ladrone” sulla croce e il perdono per i carnefici.
Giovanni 19,18-30: Si sofferma sulla presenza di Maria e del discepolo amato ai piedi della croce, concludendo con “Tutto è compiuto”.
Da qusto breve scorrere di brani del Vangelo possiamo dire a ragione che:
<<La croce è il fulcro del Nuovo Testamento, evolvendosi da strumento di tortura a simbolo di salvezza>>.
San Paolo fa poi una grande riflessione teologica sul tema della croce. Per l’apostolo la croce non è solo un evento storico, ma la chiave della fede:
1 Corinzi 1,18-24: <<La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio… E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani>>
Galati 6,14: << Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo>>.
Filippesi 2,8:<<apparso in forma umana, 8umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. 9Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome>>.
Celebre la frase presa dalla lettera ai Galati: <<Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo>> (Galati 6,14).
Dopo questi riferimenti, ho pensato a questo mio incontro questa sera tentando di camminare in punta di piedi in un mistero. È un mistero la Croce, cioè non esiste una teologia che possa in qualche maniera spiegarcela fino in fondo. Essendo un mistero è qualcosa che noi non riusciamo mai a chiudere dentro le nostre parole, è qualcosa che possiamo sempre contemplare e stare in ginocchio davanti a questo mistero.
In ginocchio non perché succubi, ma in ginocchio proprio perché non riusciamo a poter reggere la grandezza dell’esperienza che adesso tenteremo un po’ di raccontare usando il Vangelo e usando la vita di Francesco D’Assisi. C’è una tentazione da cui dobbiamo stare attenti, quella di raccontare un cristianesimo che suscita ammirazione.
Quando leggiamo la vita di Gesù o la vita dei santi, o di san Francesco certamente ne restiamo ammirati. Però l’ammirazione è un modo di prendere le distanze da queste persone, di prendere le distanze da Gesù, di prendere le distanze da Francesco, perché l’ammirazione ci fa fare un retropensiero che più o meno suona così. Eh, sì, ma lui è Gesù. Eh, ma lui è San Francesco. Poi ci siamo noi, che non c’entriamo niente con quella storia. E quindi noi siamo lontani da quella storia, siamo tagliati fuori da quell’esperienza.
E questo è molto negativo, perché in realtà il Vangelo, la storia di Gesù, proprio il desiderio di Dio di farsi carne, è quello di accorciare le distanze, non di creare ammiratori. Gesù non ha bisogno di ammiratori, ha bisogno di persone che guardando Lui trovino la forza e il desiderio di fare come Lui, di vivere come Lui. Gesù in tutto il Vangelo ha toccato tutte quelle che potevano essere gli abissi dell’esperienza umana, dalla gioia al dolore, dall’angoscia alla convivialità, dalla solitudine all’amicizia.
Non c’è niente della vita di Gesù che non assomiglia alla nostra. E più noi leggiamo la sua storia, più in qualche maniera possiamo dire che lì c’è la nostra storia, siamo noi i protagonisti di quella storia, sta parlando di noi, sta parlando a noi, siamo noi, quelli che Gesù ha portato sulla croce, ha portato nella sua vita, ha portato nella sua esperienza.
E così è per i santi se ci fermiamo solo all’ammirazione; è un santo a cui possiamo costruire una basilica, fare una nicchia, metterci dentro una statua, ma i santi non servono a questo.
I santi servono a suscitare dentro di noi imitazione, di dire anche io vorrei vivere così, mi viene voglia di vivere così. Grazie a Dio in questi 800 anni ci siamo accorti che la testimonianza di Francesco ha prodotto tante persone che hanno voluto seguire la sua strada, il suo carisma, ma la cosa che dovrebbe toccare davvero i nostri cuori è che Francesco, come tutti gli altri santi, hanno lo scopo di risvegliare dentro la nostra vita un desiderio di santità, diventare santi. E questo è alla portata di tutti perché è la vocazione del nostro battesimo.
Noi, quando siamo stati battezzati, siamo stati chiamati a diventare santi, lo siamo già in realtà, ma non riusciamo ad esprimerlo fino in fondo. Quindi non si tratta di avere della santità un concetto di distanza, lì ci sono persone ideali e poi ci siamo noi poveri umani che non avremo mai quel tipo di esperienza.
Allora vorrei partire proprio dal balbettare qualche parola sul mistero della croce. Che cos’è il mistero della croce? Cioè quando noi facciamo l’esperienza della croce nella nostra vita? Io so che nel nostro immaginario quando immaginiamo una croce ovviamente la leghiamo a un’esperienza di sofferenza, di dolore.
Il che è vero in parte, la croce non è per forza un’esperienza di dolore e di sofferenza. In realtà la croce è quel momento della vita in cui tu sei messo in condizione di non poter più scappare, sei inchiodato in una situazione e non fai più quello che normalmente fai, e cioè fuggire. Che cosa significa? Che la fatica più grande che tutti noi facciamo è vivere nel qui ed ora.
A noi capita spesso di essere proiettati sempre avanti e di non vivere il presente
Quando andavamo alla scuola elementare già pensavamo alle medie, e di lì alle superiori. Da fidanzato già ci si proiettava nel matrimonio e poi da sposato già al tempo in cui si hanno i figli. E poi quando arrivano i figli e si fanno grandi già si pensa alla pensione. E potremmo continuare. Insomma, non stiamo mai qui, in questo momento della nostra vita. Ci sembra sempre di vivere un po’ alienati, non con i piedi per terra.
Allora, passiamo la nostra vita a rimandare, a non godere mai del presente, a non stare mai nelle situazioni. Sì, viviamo dentro una realtà, ma non la godiamo fino in fondo perché la diamo per scontata. Viviamo sempre preoccupati e non occupati.
Ci stiamo occupando prima di qualcosa, quando quella cosa non c’è ancora e quindi non siamo qui.
Un secondo aspetto che a noi non piace e che non vogliamo riconoscere che siamo creature.
Essendo delle creature significa che noi non siamo Dio e quindi dobbiamo fare i conti con i nostri limiti e con quel grande limite che è la morte, noi moriremo. A noi non piace pensare a questa cosa, che moriremo. Che questo viaggio della vita ha un inizio e una fine, che tutte le cose di questa vita hanno un confine.
Non ci piace la nostra creaturalità, i nostri limiti.
Pensiamo a come usiamo lo smartpfone. Le nostre foto le ritocchiamo. I nostri profili non sono quelli reali, ma li riempiamo di un sacco di bugie, più che quelli che siamo ci mettiamo quello che vorremo essere, mentendo a noi stessi. Pensiamo all’intelligenza artificiale. Noi abbiamo una intelligenza naturale e vorremmo che pensassimo come l’intelligenza artificiale e poi vorremmo che l’intelligenza artificiale pensasse come la nostra che è naturale. Insomma stiamo invertendo le parti. Pensiamo all’orologio al polso. Serve per contare il tempo, ma noi ne facciamo una esibizione per dire che è rolex che costa, che ha un grosso valore, è importante, e perciò io sono importante perché porto quell’orologio.
Ma cosa ci succede quando abbiamo una debolezza e quando abbiamo una fragilità o la nascondiamo o cerchiamo in tutti i modi di evaderla, di non viverla fino in fondo.
Ma quando si presenta la croce tu non puoi più scappare.
Sei imprigionato in un istante in cui le cose non puoi più rimandarle. Sono lì davanti a te, drammaticamente davanti a te. Sei inchiodato nel qui ed ora, non puoi fuggire.
E fai un’esperienza durissima del fatto che sei una creatura, non hai le forze, ti rendi conto che le cose sono più grandi di te, sono più grandi della tua intelligenza, sono più grandi delle tue energie. Fino al giorno prima stavi giocando a tenere tutto sotto controllo, poi succede qualcosa che ti costringe a mettere i piedi per terra e a che cosa servivano tutti quei deliri di onnipotenza che avevamo? A niente. Ma quando si presenta questo mistero straordinario, terribile della croce, noi in qualche maniera possiamo svoltare nella nostra vita.
Può succedere qualcosa che cambia radicalmente la nostra vita oppure la nostra vita viene definitivamente distrutta. Cioè, quando tu passi attraverso un’esperienza del genere, esistono solo due risultati. O c’è un cambiamento profondo o c’è una distruzione definitiva.
Non esiste che fai finta di nulla. Non puoi fuggire.
Per tutta la sua vita pubblica, Gesù è passato in mezzo alla gente dicendo questa cosa, il regno di Dio è qui. Invece, vedete, quando noi pensiamo al regno di Dio, che ci viene in mente? La vita nell’aldilà.
E quindi noi pensiamo che non è qui, è lì. E qui dobbiamo un po’ perdere tempo perché poi lì sarà il regno di Dio. Gesù dice no, il regno di Dio è qui.
Noi dobbiamo prendere sul serio questo istante della nostra vita. Quello che fa Francesco a un certo punto della sua vita è anche quello che facciamo noi. Vuole sempre di più: soldi, onori, fare il cavaliere, avere titoli nobiliari, portare a casa medaglie, onori. Cioè si proietta tutto in avanti e non vive il presente.
E cosa gli succede. Viene fatto prigioniero a Perugia, finisce in carcere. E’ costretto a stare fermo.
Per rendersi conto che ha passato la sua vita vivendo fuori di sé, in maniera alienata. Amici, feste, situazioni. E sempre pensare che il meglio è dopo, in quello che noi ci immaginiamo, in quello che noi sogniamo.
Questo è quello che è successo a Francesco, ma primo o poi ci sono cose che succedono anche a noi e ci mettono in carcere.
Nel senso che non possiamo scappare. Noi vorremmo scappare come fecero i discepoli di Gesù. I discepoli di Gesù, quando si presenta la croce del loro maestro, vanno via, fuggono. La cosa che ci viene da fare è sempre quella di andarcene.
Ma poi succedono delle cose dove non puoi andartene. Sono davanti a te, lì. E tu sei inchiodato in quella situazione.
Sapete come le chiamiamo noi queste cose? Le chiamiamo disgrazie. E lo sono. Sono disgrazie. Ma noi non sappiamo vederci la storia della salvezza.
Sono cose terribili, bruttissime. Eppure, in quella disgrazia si fa spazio una luce, una vita che noi non immaginiamo. Gesù, in fondo, ha fatto questo.
Ha mostrato come la sua vita può finire con una disgrazia, essere ammazzato innocentemente su una croce, e mostrare come quel finale non è un finale. Quel finale è l’inizio di un’altra storia. La Pasqua passa attraverso il Venerdì Santo, ma il Venerdì Santo non è la fine della storia.
Tutti sono convinti che è la fine della storia, ma non è la fine della storia. Ora, vedete, fratelli, io questa cosa ve la posso pure spiegare, ma prima o poi ci dobbiamo passare tutti e renderci conto che succedono delle cose che a un certo punto ti dicono amico, amica, è finita. Tutto quello che tu ci avevi in mente non c’è.
È finito. E tu sei lì, inchiodato, in quella situazione. Allora, quando solitamente noi facciamo questo tipo di esperienza, la reazione che noi abbiamo è quella di essere impauriti.
A noi non piace fare i conti con la crudezza dell’esistenza e della vita. È sempre meglio sognare, immaginare, fantasticare, giocare a fare Dio che invece accettare che noi siamo delle creature, che non abbiamo tutto il tempo, ma abbiamo solo un tempo, che non abbiamo tutto lo spazio, ma abbiamo solo questo spazio, che non abbiamo tutte le persone, abbiamo queste persone dentro la nostra vita.
Ecco, Gesù è venuto a far questo e a dirci che se tu ti vivi bene il tuo dettaglio, se tu ti vivi bene il tuo tempo, se tu vivi bene con le persone che hai intorno, tu fai un’esperienza di infinito, tu fai un’esperienza di eternità, tu fai un’esperienza di vita eterna. Sapete qual è l’altra parola che traduce la parola vita eterna? È vita piena. Cioè una vita piena di significato.
Questa è la vita eterna. Noi tocchiamo il paradiso, sappiamo che cos’è il paradiso, quando nella vita ci rendiamo conto che quello che stiamo facendo è straordinariamente pieno di significato, è bello. Allora, abbiamo occhi che si accorgono di questo? Abbiamo la capacità di stare in questa situazione? Quasi mai da soli riusciamo a far questo, ma succedono delle cose nella vita che ci spingono a fare i conti con questo mistero.
Molto spesso, quando noi incontriamo la croce, le situazioni peggiorano. Nella maggior parte dei casi la croce distrugge, perché noi non siamo pronti, non siamo preparati, noi rifiutiamo questa logica.
Ogni essere umano fa l’esperienza della croce, perché tutti gli uomini che hanno o che non hanno la fede sono creature, sono esseri con un inizio e una fine, con dei limiti, con dei sogni, con dei difetti, con dei pregi. Sono delle creature.
Gesù è venuto a riconciliarci con questa nostra creaturalità, è venuto di nuovo a insegnarci in che maniera quello che noi leggiamo come una disgrazia in realtà è una storia di salvezza. Avverti dentro di te che sta succedendo qualcosa, ma questo qualcosa non passa più attraverso il calcolo della tua testa, delle tue spiegazioni.
Devi tu seguire questa intuizione del cuore e lasciarti portare. Guardate che nel momento in cui Francesco decide di cambiare la propria vita, di entrare più radicalmente nel senso della sua esistenza, non sapeva bene dove lo stava conducendo il Signore. Un giorno alla volta, un passo alla volta, vive le cose, le sceglie e queste cose diventano illuminanti.
Seconda Lectio divina di Quaresima 2026 di Mons. Angelo Spina
Questa sera riprendendo la storia del ritrovamento della croce ad opera di San Criaco fermiamoci su un altro aspetto interessante della storia dell’inventio crucis: il modo in cui viene riconosciuta la croce di Cristo, la vera croce. Sempre secondo la tradizione, durante gli scavi furono ritrovate tre croci. Sant’Elena chiese un segno al Signore per scoprire quale fosse quella sulla quale era stato inchiodato Gesù. Come segno le venne dato un miracolo: una donna morente, accanto alla vera croce, ritornò alla vita piena. Il segno di croce è dunque un segno di vita. Chi entra in contatto con questo evento rivive. Nel luogo in cui la morte è stata vinta, fiorisce la vita.
La croce per San Ciriaco, dopo il ritrovamento, diventa segno di salvezza, perché parla di una morte che dà vita, che genera vita, perché parla di amore, perché è l’amore di Dio incarnato; l’Amore non muore, anzi, sconfigge il male e la morte. Vedendo la Croce di Cristo con occhi nuovi, San Ciriaco avrà fatto esperienza di cosa significa la grazia che trasforma, l’essere amati senza merito, pur essendo peccatori. In mezzo alle tempeste della vita abbiamo un’ancora: nella croce di Cristo siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. Cristo crocifisso e morto per i nostri peccati è risorto e vive accanto a noi. La Croce è per noi necessaria ed essenziale. Lo è anche per chi non è credente, perché su quella croce muore un giusto che non fa violenza, che non odia, che non ha risentimento ma che perdona, dona pace e parole di conforto a chi sta morendo accanto a lui. Un mondo senza croce sarebbe un mondo senza speranza. Solo la croce pone fine a ogni vendetta, a ogni odio, a ogni violenza.
Nell prima lettera ai Corinti (1,18-24)leggiamo: <<La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio… E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani>>
San Paolo considera la Croce come Parola! È un’espressione fortissima. La Croce parla. Oggi c’è un linguaggio sempre più aggressivo; un linguaggio superficiale, frettoloso, che non tiene conto della fase di ascolto. Il cammino sinodale della Chiesa invita tutti ad ascoltare e poi a parlare, per costruire la comunità e percorrere strade di unità e di comunione.
A noi viene chiesto di metterci in ascolto della Croce. Perché la Croce parla! Purtroppo non tutti l’ascoltano! È lo stesso San Paolo a spiegarlo con un binomio irriducibile: «La parola della Croce è stoltezza per quelli che non credono, ma per noi è potenza di Dio». Da una parte, questa parola è «stoltezza»; potremmo dire senza significato, senza logica. E se questa parola non ha sapore, non ha significato, non ha logica, tanto vale non sentirla. In altri passi, egli dirà che la croce per alcuni è «scandalo» che significa ostacolo, pietra d’inciampo (cfr. 1Cor 1,23). C’è dunque un “non ascolto” della parola della Croce; c’è un tapparsi le orecchie dinanzi al grido che dalla Croce si leva, considerandolo scandaloso, ovvero come un qualcosa che turba la tranquillità, ostacola i programmi. Non è facile rendersene conto, in una cultura in cui tante voci scomposte e spesso violente arrivano a sopraffare il grido della Croce. C’è la voce della mentalità edonista e consumista che copre il grido di tanti che vengono scartati. C’è la voce della società opulenta e ingiusta che silenzia il grido delle tante croci di persone sopraffatte dalla fame, dalla violenza, dalla guerra, dalle persecuzioni, dai pericoli e dalle calamità naturali; uomini, donne e bambini che vivono accanto a noi o che fuggono da Paesi in cui sono loro imposte quelle croci che, purtroppo, diventano scandalo, ostacolo per le nostre comunità civili, provocando il rifiuto e la morte. La parola di queste innumerevoli e tremende croci, se non ascoltata, semina conflitti e morte, e rende «cimitero» la nostra terra e il «mare nostro». Gesù, con la sua morte sulla croce, ha portato nel mondo una speranza nuova e lo ha fatto alla maniera del “seme”. Si è fatto piccolo, come un chicco di grano: ha lasciato la sua gloria celeste per venire tra noi, è “caduto in terra”. Ma non bastava ancora. Per portare frutto Gesù ha vissuto l’amore fino in fondo, lasciandosi spezzare dalla morte come un seme si lascia spezzare sotto terra. Proprio lì, nel punto più estremo del suo abbassamento, che è il punto più alto dell’amore, è germogliata la speranza.
“Da dove nasce la speranza?”. Dalla Croce. Guarda la Croce, guarda il Cristo Crocifisso e da lì ti arriverà la speranza che non sparisce più, quella che dura fino alla vita eterna. E questa speranza è germogliata proprio per la forza dell’amore: perché l’amore tutto spera, tutto sopporta (1Cor. 13,7), l’amore, che è la vita di Dio, ha rinnovato tutto ciò che ha raggiunto. Sulla croce Gesù ha trasformato il nostro peccato in perdono, il nostro odio in amore, la nostra paura in fiducia, la nostra morte in resurrezione. Ecco perché lì, sulla croce, è nata e sempre rinasce la nostra speranza; ecco perché con Gesù ogni nostra oscurità può essere trasformata in luce, ogni sconfitta in vittoria, ogni delusione in speranza. La speranza supera tutto perché nasce dall’amore di Gesù che si è fatto come il chicco di grano in terra ed è morto per dare la vita e da quella vita piena di amore, viene la speranza. Se dalla croce fiorisce la speranza è dalla croce che viene donata la vera pace, perché il Signore Gesù, nel suo gesto di amore infinito, sacrificando se stesso, ci riconcilia con Dio e tra di noi. Dà il via a una nuova umanità che guardando a lui mette fuori dalla porta del cuore e della propria casa l’individualismo, la superbia, l’invidia, la gelosia, l’aggressività; per coltivare la giustizia e, insieme, la solidarietà, la condivisione di gioie e fatiche, di sofferenze e speranze; per tendere al dono di sé e non al possesso egoistico.
La croce è fatta di due assi: una verticale e una orizzontale, non possono essere disgiunte e separate, camminano insieme perché procedono da una fonte comune: «L’amore del Padre, che viene diffuso nel cuore dei credenti, per opera dello Spirito Santo» (Rom. 5, 5). La carità è, dunque, un unico fuoco con due fiamme inseparabili, l’una che si protende verso Dio, l’altra verso il prossimo, vivente immagine di Dio. Non si può sviluppare la prima senza che correlativamente e contemporaneamente non si sviluppi anche la seconda, e così tutto il fuoco cresca. Non c’è più azione dello Spirito Santo, non c’è più vera carità, dove vengono separate le due dimensioni che la croce congiunge insieme.
Non ci si può fermare a forme di misticismo egocentrico a un compiaciuto adagiarsi in una pace contemplativa, ignara dei problemi del prossimo, indifferente alle sue sofferenze, valgono e varranno sempre le forti espressioni di S. Giovanni: «Se uno dicesse: «Io amo Dio, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello.» (1 Gv. 4, 20-21).
D’altra parte, però, è vero anche il contrario: chi non ama Dio, non deve illudersi di amare il prossimo. Lo attesta ancora S. Giovanni, scrivendo: «Da questo conosciamo di amare i figli di Dio: se amiamo Dio e ne osserviamo i comandamenti, perché in questo consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. (1 Gv. 5, 2).
Vorrei riprendere la vita di San Francesco, come ho fatto la volta scorsa.
Riprendo le parole di don Luigi Epicoco che possono aiutarci nella riflessione
Tra poco citerò uno dei momenti più belli della vita di Francesco, ma voglio accennarvelo qui solo per farvi capire come tutti ci troviamo nella stessa situazione di Francesco. Quando dopo aver cambiato un po’ vita si mette a pregare nelle rovine di San Damiano, di questa chiesetta che si trova ai margini del contado di Assisi, e sente questa voce di questo Crocifisso che gli parla, gli dice: Francesco va e ripara la mia casa che va in rovina. Francesco intende riparare quella casa, quella chiesa, cioè è convinto che deve rimettere insieme i mattoni di quella chiesa.
Solo dopo si renderà conto che quelle parole non erano semplicemente riferite a quelle pietre, ma il Signore stava parlando della chiesa, non di quella chiesetta e basta, ma ha avuto bisogno di tempo per rendersi conto delle cose. Tutti noi siamo così, non capiamo tutto subito, capiamo le cose un po’ alla volta. La consapevolezza che hai quando hai 15 anni, non ce l’hai quando ne hai 30, e non ce l’hai quando ne hai 40, 50, 60, 70, metteteci tutta l’età che volete.
Qual è il dramma? Quando tu hai 50 anni e continui ad avere la consapevolezza di un quindicenne, c’è qualcosa che non funziona. La vita non ti ha portato a capire, a farti entrare più decisamente dentro la realtà. Allora, vedete, quando noi ci difendiamo dalla croce, ci difendiamo da tutto quello che nella vita ci costringe a fare i conti con noi stessi.
Questa è l’esperienza della croce. E a volte è una crisi, a volte è la perdita di qualcuno, a volte è una malattia, a volte è un momento proprio di cambiamento. Ognuno di noi ha una croce, cioè un momento che lo costringe a dover fare i conti e a dire forse quello che avevo capito non era giusto.
Non avevo capito niente. E comincio a vedere le cose in un altro modo. Quindi la conversione di Francesco coincide con non la sua città che cambia, non con il suo corpo che cambia, è una consapevolezza diversa che lui ha della realtà.
Sta cambiando lui. Quella crisi, quel carcere, e poi quei dissidi, e poi quelle decisioni, sono tutte circostanze che se uno guarda da fuori, per esempio quando persero la battaglia dove Francesco doveva andare, è una disgrazia quella. Quando ti succede una cosa brutta, tu dici è una disgrazia, c’è una mancanza di grazia.
E se invece in quella mancanza di grazia, che è una cosa terribile, il Signore ha nascosto qualcosa, perché non dobbiamo andare a cercare questo qualcosa? Allora, Francesco ha preso sul serio il Vangelo, e nel Vangelo Gesù a un certo punto dice chi vuole seguire la sua strada, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. E Francesco ha preso sul serio queste parole, seguire Gesù ogni giorno portando la propria croce. Ora, la domanda che ciascuno di noi deve fare, è che rapporto noi abbiamo con la croce? E che rapporto noi abbiamo con la nostra vita? In che modo noi ci stiamo educando a vivere diversamente la nostra esistenza? Stiamo imparando qualcosa dalle cose belle, dalle cose brutte che ci succedono? Vi dirò una cosa che forse vi farà rimanere male, ma io sono molto d’accordo con questo versetto di un Salmo che dice così, l’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono.
Cioè, quando le cose vanno molto bene, tu ti illudi. Pensi, andrà sempre bene. L’uomo nella prosperità non comprende.
Allora, invece, quando succede qualcosa di brutto, lì si spalanca un’altra sapienza. O viene distrutto, ripeto, o apre gli occhi in una maniera completamente nuova. E questo comporta due cose fondamentalmente.
Domandarti perché tu accetti quella croce. Adesso vi dico una cosa. Se tu accogli una croce, non la puoi accogliere come un eroe dicendo, sono abbastanza forte da poter accogliere questa cosa dentro la mia vita.
No, guardate, noi le cose le accogliamo solo per amore di qualcuno. Per amore di qualcuno io sono disposto a fare un sacrificio. Per amore di qualcuno io accetto qualcosa.
Non accetto le cose in astratto. Il Signore non ci chiede atti eroici. Ci chiede di vivere le cose per amore di qualcuno.
E quindi quando tu stai vivendo una situazione difficile, domandati non se sei in grado di vivere quella situazione, ma per amore di chi stai affrontando quella situazione. E vi renderete conto che Gesù normalmente vi chiede di accettare quelle cose per amore suo. Però traduciamolo questo.
Che cosa significa accettare le cose per amore di Gesù? Non è un discorso che noi ci facciamo nella nostra testa. Per esempio, i tuoi figli sono il modo che ha trovato Gesù per dirti devi andare avanti, ci sono i tuoi figli.
E per amore loro. Questo significa per amore di Gesù. Per mia madre, per mio padre.
Perché se io mi fermo qua si ferma tutto, allora per amore che non si fermino le cose tu vai avanti. Il Signore ti dà dei pretesti attraverso la quale tu trovi il coraggio di non fermarti, di vivere le cose e di affrontarle. Fratelli, è Gesù questo.
Se tu scolleghi la tua croce al per amore, quella croce ti distrugge. Se tu non hai un per amore per cui stai vivendo la tua vita, tu non vai da nessuna parte. Quindi la domanda è, chi mi ha dato Gesù come motivo per cui io faccio le cose, accetto le cose, affronto le cose? È molto bello quello che ci insegna anche la liturgia quando ci fa pregare in questo modo.
A un certo punto la preghiera eucaristica 4 dice perché non viviamo più per noi stessi, ma per Lui che è morto e risorto, ha mandato lo Spirito Santo. Quando le persone vivono per se stesse, a un certo punto non trovano più la motivazione per andare avanti. Quando tu vivi per amore di qualcuno, per amore di qualcosa, allora tu trovi la forza di andare avanti.
Ma ricordatevi, quel qualcuno e quel qualcosa, anche se hanno il volto di qualcuno in particolare o sono una situazione particolare, nascondono Gesù. Quello è Gesù che attraverso l’umanità di qualcuno e delle situazioni ben precise ti sta dicendo vai avanti, fallo per me. Allora questa è una domanda molto seria.
Possiamo evitare la croce nella nostra vita? Francesco poteva evitare la sua crisi? Poteva evitare i suoi fallimenti? Poteva evitare il carcere? Poteva evitare i dissidi con suo padre, con sua madre? No. Prima o poi si sarebbero presentati. Tutte le cose le possiamo rimandare, ma prima o poi le dobbiamo affrontare.
Nella vita non possiamo passare la vita a fuggire. E certe volte noi viviamo da spensierati, da goderecci, ma semplicemente perché non stiamo affrontando la vita. Siamo diventati adulti e continuiamo a comportarci come degli adolescenti perché tu diventi adulto quando ti prendi la responsabilità della tua vita, non quando rimandi le tue responsabilità.
Allora vedete che tutto il cristianesimo è un modo di tornare a prenderci la responsabilità della nostra vita, a non scappare davanti all’esperienza della croce, che è quell’esperienza attraverso la quale noi ci ricordiamo che siamo umani, che noi ci troviamo in delle circostanze che non ci fanno più andare a vivere in un’altra dimensione, ma ci fanno godere del presente, di questo istante, di questo reale, ma tu puoi accettare la croce solo se la vivi per amore di qualcuno, e aggiungo la seconda caratteristica. Tu puoi vivere bene la croce non solo se la vivi per amore di qualcuno, ma se l’accetti. Guardate che molto tempo della nostra vita noi lo passiamo ribellandoci alla croce, ribellandoci, e tu invece a un certo punto devi decidere di vivere una cosa che non ti sei scelto.
Terribile, eh? Non te la sei scelta tu quella cosa, è successa, ma il Signore ti dice decidi di viverla, tu devi decidere. Se scappi, quella cosa ti perseguiterà. Se l’accetti, diventa causa di salvezza per te e per tutti gli altri.
Vedete, anche Gesù poteva tranquillamente passare la sua vita a dire cose giuste e a nascondersi. Forse avrebbe vissuto molti più anni, non lo so, avrebbe fatto tantissime altre cose.
Immaginate un po’, se ai discepoli voi aveste fatto questa domanda a un giovane di 33 anni, dicendo, guarda, è finita la mia vita, la mia vita si sta compiendo in questo momento. 33 anni, amici, 33 anni! Non sono tanti, no? E poi a un certo punto i discepoli gli dicono non fare questi discorsi, non dire queste cose.
Quanto bene potresti fare ancora, no? Ma Gesù non fugge, si è presentata la sua ora e lui la affronta, la accetta, decide di viverla. Che bello! Avrebbe anche lui forse voluto un’altra soluzione, ma quando si rende conto che le cose non si possono cambiare, decide di accettarle. Nessuno mi toglie la vita, dice Gesù, ma sono io a donarla da me stesso.
E aggiunge anche perché ho il potere di donarla e di riprendermela questa vita. Solo lui può fare questo. Noi però abbiamo il potere, come lui, di accettare le cose, di donare.
Allora, vedete come noi stiamo adesso costruendo qualcosa sul mistero della croce che poi arriverà nel mistero della vita di Francesco. La croce è tutto quello che non ci fa più fuggire nella vita. La croce è tutto quello che ci fa fare i conti con noi stessi.
La croce ci fa stare nel presente, non in un futuro ipotetico, né in un passato terribile, nel presente. La croce non ci fa andare altrove, ma ci fa stare in questo posto, con queste persone, con delle situazioni ben precise. Bene, tutto questo, quando si presenta dentro la nostra vita, ci appare come una disgrazia.
Umanamente lo è. Ma il Signore ti dice, quelle disgrazie vivitele per amore di qualcuno, che poi è per amore di Cristo, e non subirle, accoglile. Segui dove ti sta conducendo Gesù. Ve lo ripeto, quando Gesù dice, chi vuol essere mio discepolo, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua,.
Non sta dicendo la meta, sta dicendo, tu prendi la tua croce e vieni dietro di me. Ma non lo sai dove stai andando? Non lo sai che cosa succederà nella tua vita? Non lo sai dove ti sta conducendo il Signore attraverso quella roba lì? Ma ti sta chiedendo di seguirlo? La domanda è, vogliamo seguirlo o vogliamo fare di testa nostra? Allora, questo è il momento di conversione vera della vita di Francesco. E vedete, in quel momento, la croce parla.
Nella Chiesa di San Damiano, il crocifisso parla. Significa che fino a un attimo prima, quella croce era solo croce. Ma quando tu cominci a vivere in questo modo, quella croce ti parla.
Fino a ieri, quella disgrazia era solo disgrazia. Ma quando la vivi, come ti insegna Gesù, quella disgrazia ti parla, ti dice qualcosa. E ti racconta qualcosa della tua vita e della tua vocazione che non potevi nemmeno immaginare.
Noi dobbiamo metterci nella condizione di lasciare che il Signore ci parli. E solitamente ci parla attraverso due cose, amici, la vita e la parola di Dio. Ma queste due cose non vanno mai separate.
Se tu vuoi sapere che cosa ti sta dicendo il Signore attraverso la tua vita, devi rivolgerti alla parola di Dio. Se tu non frequenti la parola di Dio, non capisci che cosa ti sta dicendo la vita. E qui vi apro una grande domanda.
Che rapporto abbiamo noi con la parola di Dio? Guardate che quando a San Francesco gli chiedono, dacci la regola, Francesco non riesce a fare nient’altro che riscrivere il Vangelo. Prende un sacco di citazioni del Vangelo, le mette una dopo l’altra. A certo punto uno dice, ma scusa, ci regalavi direttamente il Vangelo? Ma il suo intento era questo, dire, io l’unica cosa interessante che ho da dire è il Vangelo.
Qui siamo tutti cristiani. Ma che rapporto abbiamo noi col Vangelo? Sapete che rapporto abbiamo? La domenica ce ne sentiamo uno spezzone, punto. Ogni tanto una frasetta perché ci fa commuovere.
Per noi non c’è un rapporto con la parola di Dio, ma Francesco dalla frequenza col Vangelo capisce qualcosa della sua vita. Dio gli sta parlando attraverso la vita, ma lui per capire Dio usa il Vangelo, non le apparizioni. Quindi quando noi ci troviamo dentro la chiesa di San Damiano e davanti alla scena del crocifisso che sta parlando a Francesco, non stiamo dicendo, beh, lui ha avuto questa esperienza mistica, noi non abbiamo avuto nessun crocifisso che ci ha parlato.
Quella storia ci viene raccontata, una storia vera innanzitutto, per dire a ciascuno di noi che se viviamo il Vangelo come l’ha vissuto Francesco, le vostre croci vi parleranno. Quello che sta succedendo dentro la vostra vita vi dirà qualcosa e solitamente è qualcosa che voi non potete immaginare. Sapete da cosa ve ne accorgete? Che avete smesso di essere arrabbiati, rancorosi, che ce l’avete col mondo intero perché le cose non stanno andando, non sono andate come ve lo immaginavate, ma quando il Signore comincia a parlare tutto assume un senso e non è più quello dei nostri calcoli, è un senso più grande che tu intuisci ma non lo sai dire, però capisci che c’è.
Questa è l’esperienza cristiana. Allora vedete come i Santi noi non li ammiriamo, li guardiamo semplicemente per dire come faccio, come faccio nella mia vita a vivere così? Che cos’è che mi mette in comunicazione con la mia croce? Come può il crocifisso, l’esperienza della croce parlarmi? Ma se noi passiamo la vita a difenderci dalle croci, se noi passiamo la vita a essere in lotta con le cose che ci succedono, mi dite come può fare il Signore a parlarci? Allora, il vero cambiamento che ci viene proposto da Gesù e ci viene mostrato dall’esperienza di Francesco è riconciliarci con l’esperienza della croce e questa esperienza della croce ha accompagnato Francesco per tutta la sua vita, sapete perché? Perché quando quest’uomo si è riconciliato con la sua di croce ha cominciato a vedere le croci di tutti gli altri ha cominciato ad accorgersi degli altri quando uno soffre vede il dolore degli altri è messo nella condizione di vedere il dolore degli altri perché ha sofferto lui. Cristo per noi è credibile perché è passato attraverso l’esperienza del dolore e della sofferenza per questo può capirci. Allora vedete che se fino a ieri questo era un ragazzo borghese che aveva i soldi, il suo cavallo, i suoi vestiti, le sue feste la conversione lo porta invece a sentirsi più solidale con chi? Con i poveri, con i lebbrosi che non vuole nessuno i lebbrosi, si metta ad abbracciare i lebbrosi, cosa pericolosissima perché sa da uno che ha scoperto la sua croce il valore della croce degli altri allora che cos’è il ministero cristiano? sapete che cosa abbiamo in mente noi quando pensiamo al ministero cristiano? che cosa fanno i santi? vanno dai lebbrosi e li guariscono secondo noi i santi sono questi i santi sono quelli che vanno dai lebbrosi e li consolano a volte il signore può anche guarirli ma la cosa più importante è la consolazione in che cosa consiste la consolazione? dire a una persona che sta vivendo male la sua croce non sei solo e qui non c’è solo una disgrazia lascia che il signore ti parli attraverso questa esperienza e quindi aiuti le persone a mettersi in ascolto di qualcosa che non stavano ascoltando a vedere qualcosa che non riuscivano a vedere.
Francesco sente vicinanza con queste persone quindi la sua, vedete non è una lotta sociale del tipo vado lì e faccio i picchetti perché i lebbrosi devono avere i propri diritti no, è una cosa molto più profonda sente che non può fare a meno di voler bene a queste persone sente di dover stare vicino a chi non vuole nessuno la carità cristiana è questo è mostrare la compassione di Gesù ha passato tutta la sua vita alla ricerca degli ultimi dei peccatori di quelli che la società scartava il Vangelo lo definisce amico dei pubblicani dei peccatori e delle prostitute che bella definizione, no? del figlio di Dio ora questo è il miracolo di chi accetta la propria croce si accorge del prossimo in una maniera diversa comincia ad avere un’umanità completamente diversa ma ve lo ripeto dobbiamo metterci nella condizione in cui Dio può parlarci attraverso la croce tutta la vita di Francesco è approfondire questa relazione continuare ad andare dietro a Gesù crucifisso.




