Il presidente dei vescovi Usa: sconfortato per le parole di Trump sul Papa
“Sono sconfortato per il fatto che il Presidente abbia scelto di scrivere parole così denigratorie nei confronti del Santo Padre. Papa Leone non è suo rivale, né il Papa è un politico. È il Vicario di Cristo che parla a partire dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime”. È quanto ha affermato l’arcivescovo Paul Stagg Coakley, presidente della Conferenza episcopale statunitense, in una dichiarazione in risposta al post sul social media Truth in cui il presidente Donald Trump critica duramente Papa Leone.
La nota della CEI
Anche la presidenza della Conferenza episcopale italiana, rinnovando in una nota “la piena comunione con il Santo Padre Leone XIV, esprime rammarico per le parole a lui rivolte nelle scorse ore dal Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump” e, unendosi a quanto affermato dal presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, ricorda che “il Papa non è una controparte politica, ma il Successore di Pietro, chiamato a servire il Vangelo, la verità e la pace. In un tempo segnato da conflitti e tensioni internazionali, la sua voce rappresenta un richiamo esigente alla dignità della persona, al dialogo e alla responsabilità. Le Chiese che sono in Italia rinnovano al Santo Padre vicinanza, affetto e preghiera, auspicando da parte di tutti rispetto per la sua persona e per il suo ministero”.
Il Papa non ha aerei militari né dazi, ha solo una croce e una lingua che dice basta quando i potenti tacciono”
“Il Papa non ha aerei militari, non ha dazi, non ha azioni in borsa. Ha solo una croce, due occhi che hanno visto le guerre, e una lingua che dice ‘basta’ quando i potenti tacciono”. È uno dei passaggi più incisivi della riflessione con cui mons. Antonio Staglianò, rettore della Chiesa degli artisti e presidente della Pontificia Accademia di teologia, ha risposto agli attacchi del presidente Donald Trump a Papa Leone XIV, in un testo dal titolo “Il re ubriaco e il pastore sobrio”. Per mons. Staglianò, Trump vorrebbe “trasformare la fede in un’arma di partito, il Vangelo in un tweet, la morale in un’udienza da camera ardente”, mentre il Papa “fa il Papa quando dice che il nucleare è una vergogna”. Il teologo individua nella reazione di Trump una rivelazione della propria debolezza: “Non può espellere il Papa, non può licenziarlo, non può metterlo in lista, non può silenziarlo. Allora lo insulta, lo sminuisce, lo chiama ‘debole sul crimine’”. L’appello finale è diretto: “Lasci fare il Papa a chi ha ereditato la fragilità di Francesco, e provi a fare il presidente: non quello che fa ‘grande’ l’America chiudendola in un pugno, ma quello che la fa davvero grande, mettendola in ginocchio davanti al dolore del mondo. Perché un re ubriaco di sé stramazza da solo. Un pastore sobrio cammina anche nel vento”.





