Il passo biblico scelto quest’anno come tema per la 37ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, è legato alla figura di Abramo e alla benedizione di Dio. Il versetto che accompagna la riflessione è tratto dal libro della Genesi: “In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3). Su questo tema sono intervenuti Mons. Angelo Spina e il Prof. Marco Cassuto Morselli, presidente emerito della Federazione delle Amicizie Ebraico Cristiane Italiane, giovedì 15 gennaio nel salone della parrocchia San Paolo.
All’inizio dell’incontro, introdotto da don Valter Pierini, direttore dell’Ufficio diocesano ecumenico, è stato letto il passo della chiamata di Abramo, narrata nel libro della Genesi: Il Signore disse ad Abram: «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,1-3).
Il Prof. Marco Cassuto Morselli ha sottolineato che «da questi versetti della Genesi inizia la storia di Avram/Avraham, il primo ad essere chiamato ivri, ebreo, nella Bibbia. Una vita difficile, come sappiamo. Secondo Avot 5,3 Avraham Avinu fu sottoposto a dieci prove, che iniziano con il lekh lekha di Gn 12,1 e terminano con il lekh lekha di Gn 22,2. Con il primo lekh lekha Ha-Shem chiede ad Avram di abbandonare la propria terra e la casa di suo padre, mentre con il secondo gli viene chiesto di offrire suo figlio Ishaq in sacrificio.
Avraham ebbe speranza contro ogni speranza. La sua speranza è strettamente collegata alla sua fede: egli spera perché ha fiducia in Ha-Shem, sa che la fede in Ha-Shem non delude, ed è questa certezza che lo fa sperare anche nei momenti di disperazione. Per questo, Avraham può sperare: perché crede in Ha-Shem. Egli non si limita a credere in modo vago a una promessa; agisce in base ad essa. Allo stesso modo, la speranza che ci viene affidata non è un’attesa inerte, ma un impegno concreto. Siamo chiamati a testimoniare la speranza attraverso le nostre parole, le nostre azioni, le nostre scelte di vita. La speranza è una forza che trasforma, trasforma il nostro presente, perché ci permette di vedere la presenza del Signore anche nelle situazioni più difficili, e in questo modo apre al futuro. Avraham, sperando contro ogni speranza, è diventato padre di una moltitudine di popoli. Dopo quasi quattro millenni, circa la metà di coloro che abitano la terra considerano Avraham loro padre nella fede. Ebrei, cristiani, musulmani siamo figli e figlie di Abramo, figli e figlie che dovrebbero imparare ad essere migliori testimoni della fede per poter essere motivo di speranza per l’intera umanità».
Il Prof. Marco Cassuto Morselli ha anche ricordato che «da poco abbiamo celebrato il 60° della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate, che ha segnato l’inizio del dialogo ebraico-cristiano e del dialogo interreligioso». Si legge nella Dichiarazione: «Scrutando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo […]. La Chiesa non può dimenticare che ha ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento per mezzo di quel popolo con cui Dio, nella sua ineffabile misericordia, si è degnato di stringere l’Antica Alleanza, e che essa stessa si nutre dalla radice dell’ulivo buono su cui sono stati innestati i rami dell’ulivo selvatico che sono i gentili […]; essa ricorda anche che dal popolo ebraico sono nati gli apostoli, fondamento e colonne della Chiesa, e così quei moltissimi primi discepoli che hanno annunciato al mondo il Vangelo di Cristo».
Mons. Angelo Spina ha sottolineato che «è meraviglioso ricordare, soprattutto in questi tempi, che come cristiani e come ebrei siamo dentro la medesima benedizione. Un cammino diverso, ma radicati nella stessa benedizione. Gesù Cristo ci lega al popolo ebraico. Siamo rami diversi che spuntano dalla stessa radice santa. Desideriamo continuare a camminare con i nostri cari fratelli ebrei, con stima e riconoscenza. Ci impegniamo a studiare le Sacre Scritture e desideriamo lottare con forza contro ogni tipo di antisemitismo e di antigiudaismo». L’Arcivescovo ha quindi ricordato le parole di Papa Leone XIV: «La Chiesa, ‘memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque’ (NA 4). Da allora (cioè dalla pubblicazione di Nostra Aetate, ndr) tutti i miei predecessori hanno condannato l’antisemitismo con parole chiare. E così anch’io confermo che la Chiesa non tollera l’antisemitismo e lo combatte, a motivo del Vangelo stesso» (Udienza Generale, 29 ottobre 2025).
Mons. Angelo Spina ha sottolineato che «è fondamentale continuare il dialogo fondato sulla comune radice santa, senza nascondere le ovvie differenze. Come diceva Schalom Ben Chorin, rabbino riformato tedesco, “La fede di Gesù ci unisce, la fede in Gesù ci divide” (Fratello Gesù, p. 28). Gesù per noi è il Messia. Quest’affermazione che Gesù è il Messia genera diversità nel modo di leggere le Scritture, nel modo di leggere la storia, nel modo di guardare il mondo. Ci impegniamo a rispettare lo sguardo del popolo ebraico e a vederlo come complementare e non antitetico. Nello stesso tempo, chiediamo il rispetto del nostro sguardo. Siamo differenti, ma fratelli e sorelle nell’unico Dio. Come tali desideriamo rispettarci e riconoscerci nelle nostre identità. Anzi, ci proponiamo di collaborare sempre più con i fratelli ebrei per arricchire la comune tradizione dei figli di Abramo, sperando di farlo a tre, insieme con l’altra voce della fede abramitica». L’Arcivescovo ha inoltre ricordato che «ad Ancona il 14 per cento della popolazione non è italiana. Nella città sono presenti una moschea e due sinagoghe. Ancona è la porta d’Oriente e sarebbe bello se diventasse città del dialogo interreligioso tra cristianesimo, ebraismo e islam».
Mons. Angelo Spina ha poi ricordato che «ci sono due tipi di benedizioni: Dio benedice, ma anche l’uomo benedice Dio. Il termine “benedizione” è presente 398 volte nell’Antico Testamento e tante volte lo troviamo anche nel Nuovo Testamento. Dio benedice, cioè fa vivere».
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