Le Confraternite e Pie Unioni dell’Arcidiocesi di Ancona-Osimo si sono riunite domenica 15 marzo a Montoro per vivere insieme giornata di preghiera, fraternità e riflessione. Mons. Angelo Spina le ha ringraziate per il «loro impegno nelle parrocchie, nell’evangelizzazione, nella liturgia, nella carità» e ha proposto una catechesi sulla Croce di Cristo, tema centrale anche della sua lettera pastorale per l’anno pastorale 2026-2027. In questo anno la Chiesa locale è infatti invitata a rivolgere lo sguardo alla Croce, in occasione dei 1700 anni dall’inventio crucis (326-327d.C.), il ritrovamento della vera Croce di Cristo, un cui frammento è custodito nella stauroteca della Cattedrale di San Ciriaco ad Ancona.
La giornata è quindi iniziata con la catechesi dell’Arcivescovo su “La croce di Cristo, nostra unica speranza”, seguita dalla processione delle Confraternite per le vie di Montoro e dall’omaggio floreale alla Madonna. Recitando alcune preghiere al Sacro Cuore di Gesù, i confratelli hanno attraversato la frazione di Filottrano fino a raggiungere la chiesa del Sacro Cuore di Gesù, dove è stata celebrata la Santa Messa. Nella chiesa si sono riuniti i membri delle 19 Confraternite presenti nell’Arcidiocesi, guidate dal direttore Michele Carloni e dall’assistente spirituale don Enrico Brichi che hanno ricordato altre due importanti ricorrenze: il 230° anniversario del prodigio del Crocifisso delle Stimmate di Filottrano (1796-2026), e il 170° anniversario dell’istituzione della festa del Sacro Cuore di Gesù, voluta da Papa Pio IX nel 1856.
Nel suo intervento, l’Arcivescovo ha invitato i fedeli a interrogarsi sul significato della croce nella vita cristiana: «Per voi la Croce di Gesù che cos’è? Il Crocifisso ci dice: ti amo da morire. Non c’è amore più grande di dare la vita». Mons. Angelo Spina ha sottolineato come spesso la croce venga percepita come disgrazia o sofferenza incomprensibile. Il Vangelo invece invita a guardarla come via di salvezza.
L’Arcivescovo ha quindi richiamato due figure significative per comprendere questo cammino: San Francesco d’Assisi, in quanto quest’anno ricorrono gli 800 anni dalla morte del santo, e San Ciriaco, patrono dell’Arcidiocesi di Ancona-Osimo, che aiutò l’imperatrice Elena a ritrovare la vera croce di Cristo a Gerusalemme.
Ricordando l’episodio del crocifisso di San Damiano, che invitò Francesco a “riparare la Chiesa”, Mons. Angelo Spina ha spiegato che prima di tutto occorre riparare la propria vita e il proprio cuore, lasciandosi abbracciare dall’amore di Cristo: «Gesù sulla croce ha le braccia spalancate e Francesco si sente amato, abbracciato, perdonato. Inizia la sua conversione. Se prima fuggiva davanti ai lebbrosi, ora comincia a vedere le croci che hanno gli altri. Abbraccia i lebbrosi, li lava, pulisce le loro ferite». Poi ha parlato della Verna, dove Francesco riceve le stimmate. Proprio in quel luogo Francesco scrive la preghiera “Lode all’Altissimo”, nella quale non compare mai l’“io”, ma solo il “tu”: Tu sei l’Altissimo…”. Con lui c’è frate Leone, che gli chiede una benedizione. Francesco la scrive su un piccolo pezzo di pergamena e la firma con il Tau, il segno della croce tanto caro al santo.
Allo stesso modo anche San Ciriaco, dopo aver trovato la Croce, la abbracciò fino alla persecuzione e al martirio, testimoniando la speranza che nasce dal Venerdì Santo e conduce alla vita. L’Arcivescovo ha spiegato che «davanti alla persecuzione, Ciriaco guardò Gesù e disse: Se tu mi hai amato da morire, sono disposto a morire per dirti che ti amo». Ha quindi domandato ai fedeli presenti: «Vediamo solo la nostra vita o anche le croci degli altri? Serviamo gli altri per amore di Gesù Cristo o per altri motivi? Le cose si fanno per amore di Dio, non per la propria gloria. La divisa è un segno esteriore, ciò che è importante è il cuore. Chi porta la croce è umile e obbediente alla Chiesa».
Se San Ciriaco e San Francesco hanno trovato e abbracciato la croce, l’hanno anche testimoniata con la loro vita. «La croce – ha ricordato – è l’amore che ci è stato donato fino alla fine: è il segno di un Dio che ama fino a dare la vita. La croce ti dà la vita, Gesù Cristo ti salva». Per questo la croce non è solo da contemplare, ma da testimoniare nella vita quotidiana.
Tra coloro che più di tutti hanno testimoniato la croce c’è la Madonna. «Maria – ha sottolineato Mons. Angelo Spina – è la madre che stava sotto la croce, mentre il Figlio veniva crocifisso. Non fugge, non si allontana, ma resta lì, condividendo fino in fondo il dolore del Figlio. In quel momento Maria accoglie anche le parole di Gesù che, dalla croce, affidandola al discepolo Giovanni, la consegna come madre di tutti gli uomini. Sotto la croce Maria diventa così modello di fede, di amore e di perdono. Se Gesù è la misericordia che perdona i peccati, Maria è colei che mette in pratica le parole di Gesù “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno“. Lei perdona coloro che hanno crocifisso Gesù. Proprio dalla croce nasce il perdono. Il cammino della Quaresima deve quindi portarci alla riconciliazione».
L’Arcivescovo ha poi invitato a riflettere anche sui segni della crocifissione. «I chiodi nelle mani – ha spiegato – ricordano che le nostre mani non devono restare chiuse, ma aprirsi all’amore e al servizio. I chiodi nei piedi invitano a rallentare il passo: spesso si corre troppo, senza accorgersi delle persone che soffrono accanto a noi. La croce insegna a fermarsi, a guardare gli altri e a prendersene cura. In un mondo che corre, bisogna imparare a rallentare per amare. Solo chi conosce il dolore può comprendere davvero il dolore dell’altro». Per questo, ha concluso, il segno della croce rimane il segno più bello della fede cristiana: un gesto semplice che ricorda ogni giorno l’amore di Cristo e la chiamata a viverlo nella propria vita.
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