2017/11/12 – Vegliare per tenere acceso il dono della fede, della speranza e della carità ricevuto dal Signore

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Festa del Beato Gabriele FERRETTI Compatrono di Ancona
( Sap.6, 12-16; Sal. 62;1Ts.4,13-18; Mt 25,1 -13 )
PARR. S. GIOVANNI BATTISTA – Ancona
Cari fratelli e sorelle, è per me motivo di gioia celebrare questa santa Eucarestia con voi in questa parrocchia nella festa del Compatrono di Ancona, il Beato Gabriele Ferretti.
Un grazie sentito al vostro parroco Don Carlo per l’indirizzo di saluto che mi ha rivolto, per lo zelo pastorale con cui guida questa comunità e anche per il prezioso servizio che ogni giorno dà a me come segretario alla Curia.
Voglio salutare tutte le autorità presenti, civili e militari, e tutti voi qui convenuti così numerosi.
Abbiamo pregato dicendo: “Ha sete di Te, Signore l’anima mia” (Salm. 62), se siamo qui è perché siamo tutti cercatori di Dio, mendicanti, perché manca qualcosa, c’è sete di Dio nella nostra anima, e Dio qui ci ha radunati perché ci vuole incontrare.
La sua parola è una luce che entra e toglie le tenebre, e quella ricerca viene ricompensata dalla sua presenza.
La prima lettura ci ha parlato della sapienza, La sapienza è splendida e non sfiorisce.
La sapienza di cui si parla qui, non è quello che noi riusciamo a procurare con la nostra intelligenza, non è quella saggezza che gli anni accumulano e sanno ben gestire, no!
Qui significa che la sapienza è Dio, Dio è splendore, Dio è bellezza, Dio è primavera profumata. Questa lettura fa, ad un certo punto, un inciso per riflettere su di lei, cioè riflettere su Dio, è intelligenza perfetta, chi veglia, ecco questa parola, a causa sua sarà presto senza affanni.
Ci viene detto chi è Dio, ma anche il nostro impegno, qual’è il nostro impegno? Vegliare.
Quand’è che noi vegliamo, quand’è che stiamo svegli? Soprattutto quando aspettiamo qualcuno, quando si aspetta qualcuno si è sempre sul chi va là … Io penso che quando attendiamo un ospite all’ora di pranzo “Mamma mia quando arriva! Siamo pronti? “ e così quando ti ritorna un figlio da lontano nell’ attesa tu stai con una tensione impressionante.
Ma noi cristiani chi aspettiamo? Per stare svegli ce l’ha detto la seconda lettura “Fratelli non voglio lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi”. (1Ts 4,13)
Siamo nel mese di Novembre, facciamo visita ai nostri defunti al cimitero, ma questa vita dove la portiamo? Verso la morte? Per tanti è così: è morto, tutto è finito, c’è la sepoltura, la tristezza … ma noi?
Noi aspettiamo il Signore che è una speranza viva, perché lui è morto, é risorto, è il vivente, Lui verrà e questo lo crediamo perché crediamo nella risurrezione dei morti e come lui è morto ed é risorto anche noi uniti alla sua morte risorgeremo.
Quindi abbiamo una speranza non morta, ma una speranza viva che è una persona.
Questo Gesù è venuto nascendo a Betlem, viene spiritualmente nella nostra vita continuamente, ma verrà alla fine dei tempi e il Vangelo ci ha detto chi stiamo aspettando.
Ma se aspetti qualcuno ti sei preparato? E come dovresti prepararti? Siccome Gesù quando parlava usava parole semplici, usa una parabola, cioè un paragone.
Dice che il Regno dei cieli, cioè questa venuta del Signore è simile a dieci vergini che presero le lampade.
Immaginiamo questo fatto, in un momento della notte, queste dieci ragazze, coraggiosissime, prendono le lampade e dentro c’è l’olio, le accendono nella notte.
Dove vanno? Vanno ad una festa perché deve venire lo sposo, e questo sposo bisogna incontrarlo, lui si sposa e porta tutti dentro, perché c’è la festa di nozze.
Ma c’è un imprevisto: lo sposo ritarda.
Quando è che viene il Signore? Non lo sappiamo, e allora? Le vergini si assopiscono, però avviene una cosa, la notte viene interrotta da un grido: “Ecco lo sposo!”(Mt 25, 6), le vergini riprendono le lucerne in mano: cinque sono ancora accese, ma cinque si sono spente.
Quelle accese continuano a restare tali, perché cinque delle vergini erano state vigilanti, prudenti, si erano portate l’olio, mentre le altre no.
Le altre cinque chiedono alle compagne di dare loro dell’olio e la risposta è “No, perché dopo viene a mancare anche a noi!” (Mt 25, 9).
Loro vanno a comprare l’olio mentre lo sposo arriva, si entra nella stanza nuziale, la porta si chiude e le cinque vergini, cosiddette stolte, arrivano dopo, bussano “Signore siamo qui, aprici!” (Mt 25, 11) e c’è la risposta molto dura: “Non vi conosco…”(Mt 25, 12) e non partecipano alla festa …
Questo Vangelo per la mia vita di Vescovo, per la vita dei sacerdoti che sono quì e per la nostra vita pone una domanda: “Che vuoi dirmi Signore?”
Che quando sei stato battezzato ti ho dato una candela accesa e ti ho fatto un dono grande che tieni nella vita e questo è il dono della fede, della speranza e della carità.
Ma tu ci stai mettendo l’olio? Tu lo tieni acceso questo dono che ti ho dato?
Oppure ti sei distratto, ti sei addormentato, hai perso la vigilanza …
Gesù ha detto a noi: “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14), perché praticando le opere buone gli altri le vedano e diano gloria al Padre nostro che è nei cieli.
Qual’ è allora l’olio da tenere nella nostra vita? Appunto: la fede, la speranza e la carità!
Le opere buone che non devono mai venire meno, allora oggi mi devo chiedere: sono addormentato? Ho nella mia vita queste cose? E se il Signore viene …?
C’è un aneddoto che racconta di una persona che morì e si presentò davanti a Dio e gli disse: “Signore eccomi qui, sono venuto, io nella vita sono stato giusto, non ho mai fatto male a nessuno, vedi Signore le mie mani sono pulite!”
Il Signore lo guarda con un occhio di amore e misericordia e gli dice: “E’ vero le tue mani sono pulite, ma sono vuote.”
La festa di oggi, del nostro compatrono ci porta dentro questo mistero.
Chi è stato questo frate francescano? Il beato Gabriele, vissuto tra la fine del 1300 fino alla metà del 400, veniva da una famiglia nobile che poteva godersi la vita, ma rinuncia alla ricchezza e sposa la povertà.
Francescano, scalzo. Che città era Ancona in quel periodo? Le cronache di quel tempo riportano di una città divisa, rissosa, con tanti poveri e malati e il beato Gabriele che ha fatto?
Lui non ha guardato dall’altra parte, non è che si è addormentato, ma lui ha messo l’olio nella sua vita, perché la sua vita fosse una luce per gli altri e dava la parola di consolazione, il Vangelo della speranza, le opere buone.
Il profumo della sua santità in queste strade si diffondeva e le persone andavano a lui e Dio operava tramite lui che, toccandole, le guariva, ma soprattutto aveva la porta del convento aperta alla carità.
Che cosa devo farci di quel poco che ho? Non me lo devo trattenere, lo devo dare, è come il pane se lo tratteniamo ammuffisce, se lo spezziamo si moltiplica: ecco chi sono i santi.
Questo beato per noi è un segno di luce oggi, di che cosa ha bisogno oggi la nostra città? Se voi doveste fare un elenco che cosa scrivereste? Scrivereste all’amministrazione comunale, alla sanità, alla scuola lunghi elenchi di cose necessarie, interminabili che non potremmo soddisfare totalmente.
Questa città ha bisogno della prima carità che quel frate ha fatto e qual é? La spiritualità.
C’è bisogno di Dio, perché se la nostra anima ha sete di Dio e noi amiamo Dio, Dio ci dice: “Lo vedi il prossimo com’è?”
Allora tu che sei Vescovo, ama queste persone che bussano alla tua porta, tu che hai la responsabilità amministrativa vedi cosa puoi fare, non risolveremo tutto, è impossibile, ma è cambiata la direzione perché non siamo assopiti ma siamo svegli per incontrare il Signore in quella persona che bussa alla nostra porta.
Cose che non facciamo soltanto per un dovere freddo, ma con un cuore caldo e per amore.
Ecco chi è il beato Gabriele Ferretti che oggi dal cielo ci guarda, e insieme a S. Ciriaco e a Maria, regina di tutti i Santi, benedice questa città e dice: “Vi sto vicino, sto accanto a voi” e si vedono questi segni!
Io penso a questo luogo di francescanesimo, così caro a tutti noi e a tanti di voi che abitate qui e che avete memoria storica di quello che i frati hanno fatto nel corso del tempo.
Cosa centrano queste mura oggi? C’è una Caritas, qui ogni giorno mangiano 70 persone, qui dormono chi non deve dormire fuori, perché adesso non ce la fanno perché comincia a fare freddo, soprattutto qui c’è un cuore che accoglie le persone, e chi lo fa?
Forse io Vescovo? Qualcosa faccio, perché metto a disposizione qualcosa che ricevo e lo do perché venga condiviso.
Don Carlo dà la sua collaborazione con gli ambienti e con i locali, ma qui ci sono i laici, cioè persone battezzate, cittadini che con libertà e gratuità hanno capito che se tengono le lampade e ci mettono l’olio poi è una festa di paradiso alle nozze per lo sposo, c’è una festa qui perché ci siamo ritrovati a spezzare quel pane che Gesù ci fa chiedere “dacci oggi il nostro pane …” (quello è di tutti, non il mio) e allora quello che ho lo devo condividere.
Quanti doni ognuno di noi ha! Se li mettiamo a disposizione, se le sappiamo condividere allora è una Eucarestia, un ringraziamento a Dio che si dà tutto a noi, perché ci possiamo dare il bene tra fratelli e sorelle e lui ci porta alla festa.
La nostra non è una speranza assopita e non siamo come coloro che non hanno speranza, la nostra speranza è Dio amore che ci ama e ci benedice e oggi il Beato Gabriele sta qui, dal cielo sta con noi.
Al termine della S. Messa imporremo, per chi lo vorrà, un segno che lui portava sul suo corpo, perché alcuni di coloro che lo toccavano venissero guariti; noi più che la guarigione del corpo chiediamo quella essenziale e spirituale, la guarigione dell’anima.
† Angelo Arcivescovo
(Il testo dell’omelia è stato trascritto direttamente dalla registrazione, senza revisioni da parte dell’ autore)